Di seguito si riportano brevi note biografiche di alcuni dei principali santi, per lo più monaci, vissuti in Calabria dal periodo tardoromano a quello bizantino e venerati fino ai giorni nostri.
nato a Taureana nel 294, morto nel 336, è il più antico santo della Calabria. La città in cui visse ed operò, Taureana, era sede di vescovado già nel IV secolo, come ci attesta un'epigrafe latina dedicata dal vescovo Leucosio al figlio Flavio Evenzio; la cripta in cui fu a lungo custodita la sua urna è il più antico luogo di culto cristiano conservato fino a nostri giorni in Calabria. Anche la sua biografia, scritta in lingua greca dal vescovo Pietro probabilmente nel secolo VIII, è il più antico bios (in italiano vita) della letteratura calabrese. La festa liturgica ricade il 24 luglio, data della commemorazione della sua morte. Ancora oggi viene onorato secondo l'antica tradizione bizantina, con la celebrazione della Divina Liturgia in lingua greca. Il suo culto, nei secoli, si è diffuso fino a Venezia.
era famosissimo per i suoi miracoli che compiva ovunque. Nato verso l’820, ormai ottantenne, invitato a Costantinopoli dall'imperatore, compì per mare il viaggio da Reggio Calabria attraverso Ericusa (presso Corfu) poi, per terra, attraverso l'Epiro e la Macedonia fino a Tessalonica, dove morì.
di professione mandriano e poi contadino nel monastero di San Filippo d’Arghirò
monaco basiliano nato a Reggio nell’864, a 18 anni fuggì di casa, poi per sei anni dimorò in Sicilia, Roma, Reggio; conobbe il monaco Arsenio e si fece basiliano. Con Arsenio si recò a Patrasso per fuggire alle scorrerie dei Saraceni e fece ritorno nell’896. E’ detto lo Speleota per aver vissuto gli ultimi anni della sua vita insieme con i monaci Cosma e Vitale in una grotta a 4 km dalla località S. Elia, in comune di Melicuccà. Ben presto la solitudine della spelonca fu violata da un continuo ed ininterrotto pellegrinaggio da parte della gente della zona che, richiamata dalla fama di santità di Elia, quotidianamente andava a chiedergli interventi di aiuti divini, mentre alcuni decidevano di fermarsi qui abbracciando al vita contemplativa. Qui ogni anno l’11 settembre si raccoglie nel giorno della sua morte – avvenuta nel 960 - una grande comunità di fedeli. Nella chiesa si conservano le sue reliquie, Mancano le dita di una mano: sant’Elia, infatti, era soprannominato il “monochiro” – con una sola mano – perché da ragazzo, in seguito ad una ferita mal curata, aveva perduto le dita.
nacque in una località della Calabria
"vicinissima alla Sicilia" nel 927 da Giorgio e Vriena, ricchi possidenti dotati
di grandi virtù. Secondo la consuetudine del tempo il bambino fu offerto al
Signore nella chiesa di San Fantino il Vecchio e all'età di otto anni fu
affidato a Sant'Elia lo Speleota nella grotta di Melicuccà per essere avviato
alla vita monastica. Dopo aver seguito per cinque anni gl'insegnamenti di
Sant'Elia, ricevette da lui l'abito dei novizi e rimase a Melicuccà per
vent'anni, fino alla morte del Santo, esercitando prima l'umile incarico di
cuoco e poi quello della custodia della chiesa. Trasferitosi nella regione del
Mercurion trascorse diciotto anni di vita eremitica dedicandosi alla preghiera e
alla penitenza e lottando contro le frequenti insidie del demonio. Dopo il lungo
tempo passato in solitudine ritornò alla vita cenobitica e fondò un monastero
femminile nel quale furono accolte la madre e la sorella Caterina. Seguì la
fondazione di monasteri maschili, in uno dei quali trovarono accoglienza il
padre e i fratelli Luca e Cosma. Sentendo vivo il desiderio di un ritorno alla
vita eremitica lasciò il fratello Luca la direzione del monastero più grande e
si ritirò in un luogo solitario e selvaggio. Dalla nuova dimora di tanto in
tanto si recava a visitare i nuovi discepoli, fra i quali vi erano i monaci
Giovanni, Zaccaria, Nicodemo e Nilo, e trascorreva parte del suo tempo nel
trascrivere codici.
Ripresa la vita cenobitica il Santo continuò a vivere nello
spirito della penitenza. Trascorreva lungo tempo senza prendere cibo ed era
spesso in estasi.
fondò i monasteri di Vallelucio e di Serperi in Campania, e quello di Grottaferrata nel Lazio che fu per tutto il Medioevo un grande centro di grecità. In tutti i monasteri di una certa importanza funzionavano gli "scriptoria"; in essi si trascrivevano i testi sacri e anche quelli di genere laico riguardanti la storia, il diritto, le scienze, la medicina. L'arte della calligrafia fu una delle principali attività del monachesimo calabrese; la maniera di scrivere inizialmente si allacciò a quella bizantina, ma successivamente divenne autonoma ed ebbe caratteristiche e tecnica proprie. Il grado di perfezione che raggiunsero i calligrafi calabresi è attestato ancora dai numerosi codici di questo periodo che ci sono pervenuti e che si trovano dispersi attualmente nelle più importanti biblioteche del mondo.
fu detto il nudo. Due discepoli calabresi di Fantino, Vitale e Niceforo il Nudo, da Tessalonica raggiunsero l’Athos: san Niceforo – detto anche il Mirovlita [5 luglio] - fu tra i primi compagni e discepoli di sant’Atanasio il Lavriota.
cioè il mietitore, nacque nella Palermo occupata dagli Arabi, da cui scappò su suggerimento della madre ridotta in schiavitù dopo una razzia araba nelle campagne di Stilo. Giunto nella terra dei suoi padri, fu battezzato e poi divenne monaco. Il suo miracolo più noto è quello della mietitura del grano a Maroni. La fama dei miracoli di San Giovanni giunse fino alla corte del Conte Ruggero il Normanno il quale concesse al monastero generose elargizioni. Venne così costruito un edificio più grande. Il Katholikon - l'attuale basilica bizantino-normanna - fu edificato in memoriam di San Giovanni Theristis. Nel dicembre del 1994 il Consiglio Regionale della Calabria ha dichiarato all'unanimità l'area bizantina sita tra i fiumi Stilaro e Assi sacra per consentirvi il ristabilimento dei monaci ortodossi. Il 24 febbraio 1995 il Comune di Bivongi ha consegnato ufficialmente il Monastero all'Arcidiocesi ortodossa d’Italia, contribuendo così al ripristino degli antichi legami intercorsi tra il monachesimo italo-greco e quello del Monte Athos. Nell monastero si celebra la festa di san Giovanni Theristis il 24 febbraio.
il fondatore della Certosa calabrese, era nato nella città tedesca
di Colonia intorno al 1030, da una famiglia «non sconosciuta», come recita una
cronaca medievale coeva. Ancora giovanissimo si era recato a Reims, in Francia,
per completare i suoi studi. Qui, ultimata la sua formazione, era stato magister
e scolarca della scuola cattedrale, si era inserito nelle lotte per la riforma
della Chiesa attraverso uno scontro con l’arcivescovo simoniaco Manasse e, nella
solidarietà spirituale con alcuni amici, aveva avvertito il forte richiamo della
vita contemplativa. Lasciata Reims, si era recato a Sèche-Fontaine, nei pressi
dell’abbazia di Molesme, dove aveva avviato un primo tentativo di esperienza
eremitica, presto interrotto alla ricerca di un altro luogo nel quale potersi
dedicare all’esercizio della solitudine e della contemplazione. Fu così che nel
1084 Bruno, con sei compagni (Landuino, Stefano di Bourg e Stefano di Die, Ugo
il cappellano, Andrea e Guarino), sotto la protezione del vescovo Ugo
giunse a fondare la prima Casa dell’Ordine nella valle di Chartreuse nel
Delfinato francese. La notizia storicamente più sicura sulla vita di San Bruno è
quella attribuita a Guigo, quinto priore della Gran Certosa, e contenuta nella
Cronaca Magister, un testo composto a pochi anni di distanza dalla morte del
fondatore dei certosini: «Maestro Bruno, di nazione tedesca, originario
dell’illustre città di Colonia, nato da genitori non sconosciuti, saldamente
munito di studi sia profani sia sacri, canonico e scolarca della chiesa di
Reims, a nessun’altra seconda tra le chiese francesi, abbandonato il secolo,
fondò e resse per sei anni l’eremo di Certosa - viene detto in questa importante
cronaca medievale - Per ordine di papa Urbano, di cui era stato maestro, si recò
nella Curia romana per aiutarlo, con il suo sostegno e consiglio, negli affari
ecclesiastici. Ma non potendo sopportare il tumulto e il modo di vivere della
Curia, ardendo d’amore per la quiete e la solitudine perdute, lasciata la Curia
ed anche l’Arcivescovado della Chiesa di Reggio, al quale era stato eletto per
volontà del papa, si ritirò in un eremo della Calabria chiamato La Torre, e lì,
riuniti in gran numero chierici e laici, realizzò il suo progetto di vita
solitaria per il resto dei suoi giorni; lì morì e fu sepolto, all’incirca undici
anni dopo della sua partenza da Certosa»
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