Nel 1968, pubblicando la parte più consistente del materiale vetrario di Aquileia, Carina Calvi cita “pezzi informi di vetro che sono stati trovati in grande quantità e.. due frammenti di pietra nei quali sono incorporate molte schegge di vetro verdastro”, ma lamenta che “i resti di lavorazione, nonché di frammenti di refrattario, giacenti da lunghi anni nei magazzini del Museo, mancano del tutto di indicazioni, che precisino la zona di ritrovamento”. Nel 1864 l’ingegnere Karl Baubela aveva pubblicato a Vienna una Ichnographia Aquilejae Romanae et patriarchalis corredata di un foglio litografato con il titolo indice della Antichità escavate nei siti segnati con numeri arabi in nero. In questo al n. 42 sono indicate “Grosse Glassschlacken”. L’indicazione viene poi ripresa dal Maionica nella sua Fundkarte del 1893.
Nella sua guida
Aquileia e Grado scritta per i soldati italiani della I guerra mondiale (che il
24 maggio del 1915 erano entrati in Aquileia) Celso Costantini scrive che la
sala del museo allora dedicata ai vetri “è tutta un inno alla fiorente industria
vetraria di Aquileia, che può gareggiare con le fabbriche di Alessandria,
Sidone, della Gallia e della Germania” e ancora “lo studioso dell’arte vetraria
veneziana, l’ammiratore dei Barovieri di Murano, deve ricercare qui le origini
nobilissime di quella scuola”. Gli stessi concetti sono poi ripresi e ampliati
poco più di dieci anni dopo dal Brusin, il quale argomenta che “uno sguardo alle
bacheche e agli armadi della sala che accoglie una delle più copiose collezioni
di vetri d’epoca romana che esistano, fa subito pensare, e per la quantità degli
stessi e per la ingente preponderanza di quelli verde-cilestrini, che qui vi
debba essere stato un centro di produzione vetraria”.
Sulla base di rinvenimenti effettuati nella
parte occidentale della città, Luisa Bertacchi propone di anticipare la presenza
di un atelier per la produzione dei vetri in Aquileia alla fine del I sec. a.
C.
Nel corso degli ultimi vent’anni si è dilatato l’ambito cronologico della produzione aquileiese e anche quello territoriale. Infatti una serie di rinvenimenti effettuati dal Brusin nell’ambito del palazzo patriarcale, ovvero i grandi horrea tardoantichi a sud della basilica, hanno fatto supporre che nel VI sec. d. C. esistesse qui un laboratorio per la produzione del vetro, ove arrivavano pani di vetro semilavorato, a forma di fungo, e dove probabilmente si producevano, verso la metà del VI secolo d. C., i bicchieri con calice a colonnette che troviamo diffusi dall’alta Lombardia fino alla costa slovena. Una grande quantità di vetri rinvenuti nell’area di Sevegliano, sulla strada che portava ad Aquileia, ha fatto pensare che qui esistesse una bottega e forse anche un’officina vetraria nell’avanzato IV sec. d. C. Gli scavi condotti da una missione tedesca negli anni Sessanta del Novecento a Invillino hanno portato al recupero di una quantità ingentissima di fondi e parti di bicchieri a calice, noti con il nome tedesco di “Stengelgläser” datati inizialmente al IV sec. d. C. e ora abbassati al periodo longobardo, intorno al 600. In quell’epoca un centro di produzione vetraria era la città di Brescia, mentre per Cividale non abbiamo ancora dati sufficienti.
Non sembra dunque attualmente discutibile la
presenza in città di officine vetrarie. Il primo argomento, come si è detto, è
la grande abbondanza di vetri, tra cui alcune forme sono attestate quasi
esclusivamente in Aquileia. A parziale modifica di questa affermazione, che
probabilmente coglie nel segno, si può osservare che il grande giacimento
aquileiese in qualunque campo della cultura materiale presenta una
documentazione sovrabbondante, senza che per questo si possa pensare che in
altri luoghi essa non fosse parimenti copiosa.
Il secondo argomento riguarda
il fatto che alcune forme sembrano limitate quasi esclusivamente alla città
antica e non paiono presenti in altre aree.
Possiamo aggiungere una terza
considerazione, ovvero che le forme più comuni e apparentemente meno pregiate,
che paiono risultato di una produzione corrente, erano forse fabbricate e
commercializzate localmente, come già intuì il Brusin.
I vetri si dividono in tre grandi categorie di oggetti, che comprendono i balsamari, le stoviglie da tavola (piatti, bicchieri, bottiglie) e i grandi contenitori da dispensa, usati anche nelle deposizioni funerarie. In vetro erano tuttavia molti altri oggetti, ad es. collane, braccialetti, anelli, sigilli, bastoncini, cucchiaini, giocattoli. Dei vetri da finestra, a motivo della loro estrema frammentarietà ben poco ci è pervenuto.
Come dice il nome, si ritiene comunemente che questi oggetti contenessero profumi, essenze di vario genere e unguenti (semisolidi). Dal pieno Seicento essi venivano comunemente chiamati lacrimatoi e il nome compare ancor oggi, sebbene nessuno creda più che servissero a contenere le lacrime. Nella prima metà del Settecento vi fu una curiosa discussione tra vari eruditi italiani a proposito dell’uso di questi contenitori. Ne troviamo traccia nell’opera di Gian Domenico Bertoli dedicata alle antichità di Aquileia. Lo storico ed erudito ferrarese Girolamo Baruffaldi (1675 – 1755), contemporaneo del Bertoli, aveva pubblicato nel 1713 un’opera intitolata De praeficis (le prefiche erano le donne prezzolate perché piangessero ai funerali) a illustrazione di un’urna sepolcrale con l’iscrizione che ricordava la defunta Fl. Quartilla Praefica, in cui sosteneva questa interpretazione per alcuni oggetti di corredo. Si oppose alla sua interpretazione Michelangelo Zorzi, bibliotecario della biblioteca civica Bertoliana di Vicenza dal 1722 al 1744, in una nota apparsa come articolo IX sul tomo XXIX del “Giornale de’ letterati” edito nel 1718.
Dunque il Bertoli aveva inviato a monsignor Fontanini, grande erudito friulano, mandato dei disegni di “quelle urnette, comunemente credute lacrimali, insieme con cose …ritrovate in un’altra urna” ed avendole egli mandate a Firenze al Signor senator Buonarruoti, come usava di fare di tutte le Antichità, ch’io gli andava partecipando, esso Signor Senatore gli rispose, siccome poi esso Monsignore mi accennò con sue lettere, di non ritenerle egli per Lacrimatoj, ma per vasi di licori preziosi, e che la formalità gli facesse porre talvolta voti per avarizia; e in quanto alle lagrime, di ridersene, dicendo, che vi sarebbe bisognato gran fumo e cipolla per piangere” (BERTOLI 1739, p. 275).
Riteniamo dunque che i balsamari contenessero profumi, oli profumati etc. che venivano certamente bruciati sulla pira per moderare l’odore delle carni bruciate e per rendere onore al defunto. Talvolta sul fuoco si deponevano anche i contenitori vuoti, che sono giunti deformati fino a noi. Per questa ragione si potrebbe pensare che tutti i contenitori venissero deposti vuoti nella tomba. Così in genere essi vengono rinvenuti, per quanto lo stesso Bertoli ci riferisca del rinvenimento di altri contenitori di questo genere in Aquileia.
“In mezzo alle ossa e ceneri, che si vedono dentro una di queste olle, … eravi un vasetto di vetro, che conservo, della figura e grandezza come nella qui soprapposta copia. Non credo già che questo sia un Lacrimatojo. Pare piuttosto, ch’egli abbia servito ad uso solamente del balsamo odoroso, sì per aver egli il labro sparso, sopra cui le lacrime cadendo sarebbero state in equilibrio di gocciolare tanto dentro che fuori del vaso, che per ciò pare inabile a raccorle, come anche per l’odore gratissimo, che mi dissero gli uomini di aver sentito nell’aprir l’olla” (BERTOLI 1739, p. 277). In questo caso, tuttavia, l’odore gratissimo derivava certamente dagli oggetti di ambra che formavano una collana posta nella tomba, con tutta evidenza femminile deposta certamente nella prima metà del II sec. d. C., come si ricava dalla forma del balsamario.
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