In seguito a un’attenta serie di analisi scientifiche e grazie agli ultimi rinvenimenti si riscontra oggi una precisa tendenza nel campo degli studi, secondo la quale la diffusione dei vetri finiti, molto fragili, sarebbe stata limitata, mente si dovrebbe pensare a una vasta commercializzazione delle materie prime, in special modo del natron egiziano e delle sabbie della costa siro-palestinese, particolarmente adatte per la lavorazione del vetro. Alcune notizie in tal senso ci vengono dalle fonti antiche in special modo da Plinio il Vecchio. Questi indica con precisione due località dove si trovavano sabbie adatte a far vetro: la foce del Belus (oggi chiamato Na’ Mân Nâhal, un piccolo fiume che scorre tra Haifa e S. Giovanni d’Acri in Israele e una ridotta area costiera in Campania, tra Cuma e Literno, presso la foce del Volturno.
Nell’alto medioevo, già a partire dal periodo bizantino, la forma dei
semilavorati cambia, assumendo l’aspetto di una sorta di fungo. Oggetti del
genere sono stati individuati anche ad Aquileia nell’area del così detto
Patriarcato.
Si aggiunga poi la documentata diffusione di blocchi
semilavorati, provenienti dal Mediterraneo orientale, che erano alla base
di una produzione secondaria molto diffusa.
Dall’epoca
romana fino ai giorni nostri è poi ampiamente documentata la diffusa pratica del
riciclaggio, che convogliava verso centri di raccolta e di riuso vetri di
diversa cronologia e provenienza, come è dimostrato per il tardo II sec. d. C.
dal carico della così detta Iulia felix, il relitto recuperato pochi anni fa al
largo di Grado.
Per molto tempo la possibile individuazione di officine e
centri per la produzione del vetro si è basata soprattutto sul numero
complessivo degli oggetti in vetro rinvenuti nelle varie aree e località e sulla
relativa frequenza di alcune forme. Oggi in molte zone mediante l’intensificata
ricerca di superficie e l’ attività di scavo, che spesso hanno fatto emergere
resti di fornaci o comunque scarti di lavorazione (che richiedono di essere ben
distinti dalle deformazioni dei frammenti vitrei prodotti da incendi
verificatisi in alcuni luoghi) che vanno senza dubbio riferiti a officine
vetrarie. Ovviamente il riconoscimento di questi è estremamente diversificato
nelle diverse zone e dipende, oltre che dal caso, anche dal volume dell’attività
di ricerca che nei singoli distretti è stato condotto ed è stato oggetto di
studio e di pubblicazione.
Nelle cartine che seguono si riassumo i
dati disponibili al momento (anno 2005).
Per la prima età imperiale i centri
documentati sono ben pochi, ma è da pensare che almeno per le produzioni
correnti che richiedono impianti semplici e che possono essere state
realizzate anche da maestranze itineranti, il numero dei luoghi di produzione
fosse molto più elevato. Oggi sappiamo che specialmente alcune aree dell’Italia
settentrionale furono interessate dalla produzione vetraria. Tra queste spiccano
la Liguria, specialmente la sua parte occidentale (da cui si sarebbe poi
sviluppato un artigianato specifico anche in epoca recente), il Canton Ticino e
sulla costa la zona di Adria. Probabilmente vi fu almeno un’officina vetraria
della fine del I sec. d. C. ad Emona – Ljubljana.
Per il tardo impero la documentazione è più abbondante e quindi presumibilmente più vicina al vero, come si ricava dalla seguente cartina. Per la costa adriatica possiamo ricordare Ravenna. Altre aree di produzione vi furono nelle vicine province, ad es. in Pannonia (specialmente nella città di Poetovio-Ptuj) e in Dalmazia, in particolare nel territorio di Zara.
La conoscenza della produzione vetraria nell’alto medioevo dipende dalla scelta dell’indagine archeologica, che in linea di massima ha privilegiato i centri più importanti. La situazione allo stato attuale è riassunta nella cartina seguente, in cui si osservano vistose lacune, ad esempio per quanto riguarda Forum Iulii ove una produzione del genere pare del tutto plausibile, anche se finora non attestata. Si è inserito qui anche il centro di Venezia che per tutto il medioevo e fino all’età moderna ebbe un’importanza predominante, venendo ad assumere la funzione che prima probabilmente aveva avuto Aquileia.
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