Museo Archeologico del Castello
dal 13 settembre 2006 al 31
dicembre
Informazioni: 0432 271 591
L’iniziativa si è svolta in coincidenza con la mostra “Acciaio domani” allestita dall’Associazione degli industriali della provincia di Udine che si poteva ammirare presso la chiesa di S. Francesco a Udine.
La mostra del Castello ha voluto documentare una plurimillenaria tradizione di lavoro nel campo del ferro, che inizia con l’età del ferro, circa tremila anni fa ed è strettamente legata ai giacimenti di minerale ferroso dell’arco alpino orientale, in special modo della Carinzia e della Slovenia nordoccidentale.
Il metallo fu adoperato inizialmente per fabbricare armi e attrezzi di
uso agricolo, che venivano deposti nelle tombe dei capi-guerrieri per indicarne
il rango. I Celti furono i veri padroni della tecnologia della lavorazione del
ferro, che adoperarono ancora una volta per fabbricare armi, quali spade, punte
di lancia e anche elmi. Per loro il ferro fu anche un metallo prezioso con cui
si potevano fabbricare monili, sia maschili che femminili. Anche i Romani
predilessero il ferro specialmente per ragioni militari: è stato calcolato che
ogni legionario romano portasse su di sé in assetto di guerra circa 28 chili di
ferro (armi, zappa, corazza, etc.). Se si calcola che ogni legione aveva
novemila uomini, si può facilmente immaginare che il ferro aveva valore
strategico e che per questo i Celti divennero fornitori privilegiati dei Romani.
La produzione di Aquileia e del suo agro – documentata tra l’altro da rilievi e
da epigrafi - sarà rappresentata da una vasta serie di attrezzi che non sono mai
stati esposti. Parecchi provengono da Strassoldo, presso il tracciato della
strada che conduceva al nord, ove si trovava un’area per la lavorazione e la
commercializzazione del ferro.
La mostra proseguiva, attraverso l’esposizione di centinaia di oggetti,
percorrendo l’epoca romana, quella altomedievale – con ampia scelta di oggetti
dalle tombe longobarde – e quella medievale, con rinvenimenti dai castelli del
Friuli. L’itinerario del ferro è un affascinante viaggio attraverso una
tecnologia molto sofisticata, solo apparentemente semplice, che portò spesso
l’immaginazione popolare a identificare il fabbro come un artefice dotato di
poteri magici e talora salvifici.
Gli stretti legami tra aree di giacimento
dei materiali ferrosi, zone di lavorazione del ferro e mercati di consumo sono
stati per molto tempo alla base dei complesso rapporti tra le popolazioni che
vissero in prossimità dei confini d’Italia.
Anche per chiarirli, durante la mostra, il 14 ottobre, ha avuto luogo nel pomeriggio presso la Casa della Contadinanza un incontro sulla lavorazione del ferro nell’antichità nell’arco alpino orientale, cui hanno partecipato vari studiosi che hanno presentato novità di carattere archeologico.
Nell’età propriamente detta del ferro, che grosso modo inizia all’inizio del
primo millennio a. C. gli oggetti in ferro sono ancora molto rari. Il ferro
viene usato per armi e anche per attrezzi polivalenti, come le asce che ripetono
le forme di quelle in bronzo, che non cessano dall’uso. Probabilmente esse
avevano anche un valore simbolico, in quanto espressione delle funzioni e dei
poteri del capo e/o di un guerriero che talora potevano anche accompagnare nelle
sepolture.
Nella seconda età del ferro i Celti si dimostrano abilissimi
conoscitori dei metodi di estrazione del ferro dai minerali ferrosi
(abbondanti nelle regioni a sudest di Vienna e nell’attuale Carinzia orientale e
Slovenia nordoccidentale, ove alcune tribù erano stanziate) e nella lavorazione
del metallo. Distintivo del guerriero o comunque del capo, sono alcuni oggetti
in ferro, che talora spezzati – perché non venissero sottratti – seguono il loro
proprietario anche nella tomba. Non si tratta solo di armi, ma anche di vomeri,
falci e altri attrezzi agricoli, che qualificano i Celti come
agricoltori/guerrieri.
È stato calcolato che un legionario romano portasse su di sé, in assetto di
guerra, circa 28 chilogrammi di ferro. Per tale ragione i proprietari delle aree
metallifere e della tecnologia del ferro erano gli alleati naturali dei Romani.
Tali in effetti divennero, dopo alcune schermaglie svoltesi nel corso del II
sec. a. C. i Celti. I Romani importarono dal territorio austriaco,
divenuto provincia del Norico verso la metà del I sec. d. C., numerosi oggetti
finiti e probabilmente anche semilavorati. Prima di quella data il principale
centro di commercio di minerali era la città romana sul Magdalensberg, alcuni
chilometri a est dell’attuale Klagenfurt.
Sappiamo che
fin dal I sec. a. C. esistettero ad Aquileia numerose officine di fabbro. Una è
raffigurata in una famosa stele funeraria, della prima metà del I sec. d. C.,
rinvenuta alla Beligna. Probabilmente alcune di queste officine rifornirono
anche le truppe, come dimostra la medesima stele e come rivela la lapide
funeraria di un gladiarius (= fabbricante di spade) di Aquileia. Una produzione
mista per usi civili e militari è attestata dai numerosi attrezzi in ferro
provenienti dalla zona di Strassoldo, vicina alla principale via di traffico
verso il Nord e probabilmente occupata temporaneamente anche da acquartieramenti
militari. Le indagini di Aldo Candussio hanno portato all’individuazione qui di
una vasta area ove per molto tempo si lavorò e forse anche si commercializzò il
ferro. Qui si riparavano o si sistemavano non solo gli attrezzi, ma anche i
ferri da cavallo e le numerose parti metalliche dei carri.
Per gli usi quotidiani ogni azienda agricola, assimilabile alle odierne
fattorie, disponeva certo di uno spazio attrezzato a fucina e a officina del
fabbro. Se ne è scavata una a Lovaria, che rimase in funzione in epoca classica.
Verso la fine dell’impero romano la generale insicurezza fece nascondere non
solo gruzzoli di monete, ma anche serie di attrezzi in ferro, per sottrarli al
pericolo di ruberie. Ciò significa che gli attrezzi aumentarono di valore e che
gli artigiani disponibili a produrne e a rimetterli in sesto scarseggiavano.
Anche nel Castello di Udine, nell’ambito di una casa in uso fino a tutto il VI
sec. d. C. si è trovato un piccolo locale adibito a officina, ove erano stati
deposti (= abbandonati?) alcuni oggetti in ferro, tra cui una falce.
Con la
venuta dei Longobardi (568 d. C.) il ferro acquistò grande importanza per le
spade, alcuni elementi dello scudo (umbone, imbracciatura) e attrezzi agricoli,
come la francisca, che all’occorrenza potevano diventare armi. Poiché il diritto
germanico non prevedeva la cessione per eredità – contemplata in quello romano –
tali oggetti venivano deposti nelle tombe. L’esame mediante radiografia o
microfotografia mostra come al tempo dei Longobardi la lavorazione del ferro
fosse estremamente sofisticata, per ricavarne spade flessibili, ma resistenti.
Nelle tombe si collocavano le armi pertinenti al grado: più elevato era questo
più oggetti in ferro si trovavano nella sepoltura.
Le forniture militari per il Patriarca di Aquileia – obbligatorie per i
vassalli e le comunità - ci restituiscono notizie sulla lavorazione del ferro in
alcune città, tra cui Udine, Gemona, Venzone. Si tratta delle città ove una vita
commerciale è già sviluppata e dove si trovano alcuni mercati. Come a Milano,
anche a Udine una via degli speronari attesta la concentrazione di alcuni
artigiani specializzati in determinate aree del centro.
Gli scavi archeologici hanno dimostrato che la lavorazione
del ferro – come quella del legno, dell’osso e forse altre di cui non rimane più
traccia – era praticata anche nei castelli. Gli scavi condotti nel castello
superiore di Attimis dimostrano che la lavorazione del ferro continuò per molto
tempo sia per usi militari (sistemazione e riparazione di armi, specialmente di
frecce etc.) sia per usi civili (chiodi, parti di mobili e così via). Sotto
questo aspetto le comunità che vivevano nei castelli in certo qual modo erano
parzialmente autosufficienti, come le fattorie di epoca romana.
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