Castello di Udine
Atrio Museo e Casa della Contadinanza
12
ottobre 2007– 6 gennaio 2008
da un progetto di Lucio Fabi
a cura di Lucio Fabi e Tiziana Ribezzi
La prima guerra mondiale è stata una guerra di massa che ha mosso eserciti e popoli, mettendo di fronte i governi e le società dei paesi belligeranti a problemi pressanti, mai affrontati nel corso dei conflitti precedenti. Accanto al crescente, ingentissimo numero dei morti e dei feriti, i comandi di tutti gli eserciti si trovarono a gestire un sempre più ingente flusso di prigionieri che bisognava curare, sfamare e smistare nelle retrovie. Un altro problema era costituito dalle popolazioni che si trovarono direttamente coinvolti nelle operazioni belliche, che era essenziale allontanare e ricoverare altrove per motivi di sicurezza e di ordine pubblico.
In Italia il problema dei prigionieri di guerra si fece pressante soprattutto dopo la rotta militare di Caporetto (24 ottobre-11 novembre 1917), che costrinse l’esercito italiano, attaccato dagli austro-tedeschi tra Plezzo e Tolmino, ad abbandonare con forti perdite il fronte dell’Isonzo e ritirarsi sulla linea Grappa-Piave, lasciando al nemico il Friuli e parte del Veneto. Nella fuga vennero abbandonati cannoni, magazzini e materiali, e in pochi giorni ben 280.000 militari italiani vennero fatti prigionieri.
La mostra, dal taglio dichiaratamente divulgativo e didattico, riassume la storia tragica e complessa delle centinaia di migliaia di prigionieri italiani e austro-ungarici che languirono per anni in innumerevoli campi di prigionia, scontando un destino estremamente incerto, fatto di fame, malattie, persecuzioni. Furono 600.000 i prigionieri italiani dei campi di prigionia dell’Austria-Ungheria e della Germania, situati negli stessi luoghi che nel secondo conflitto mondiale ospitarono i famigerati campi di concentramento e di sterminio della Germania nazista. Scontarono situazioni spesso critiche, ulteriormente compromesse dagli ostacoli posti dal governo italiano, che non consentiva, come facevano gli altri paesi, di inviare aiuti diretti ai prigionieri di Caporetto, che anche per questo motivo morirono di stenti e malattie in numero di circa 100.000. I prigionieri austro-ungarici concentrati in campi di prigionia multietnici dallo Stato italiano furono in tutto circa 180.000, aumentati a oltre 400.000 alla fine del conflitto, con l’ormai disciolto esercito imperiale in completa rotta: di questi ne morirono oltre 40.000 per infezioni, malattie o per gli esiti delle ferite contratte sul campo di battaglie.
Estremamente precaria e assai triste la condizione del
“prigioniero”, di colui che, nel corso del conflitto, per scelta o per ventura
si trova a essere privato del suo ruolo di combattente per acquisire quello
forse ancor più scomodo di “perdente” e di “ostaggio” in mano all’avversario.
Allo stesso modo, il civile costretto allo sfollamento, alla profuganza o peggio
all’internamento coatto, diventa un simbolo scomodo della brutalità della
guerra, che tutti, nell’impossibile normalità del cosiddetto “fronte interno”,
preferiscono non vedere. “Invisibili” per i comandi e i governi, prigionieri e
profughi vengono ammassati in spazi chiusi, i campi di prigionia e i campi
profughi, che nella loro brutale, terrorizzante e tuttavia quieta clausura
anticipano il più articolato e distruttivo universo concentrazionario della
seconda guerra mondiale.
Nell’atrio del Museo la mostra sviluppa il
discorso generale sul tema della prigionia nel primo conflitto mondiale, con una
breve articolazione dei principali flussi di prigionieri e di civili profughi e
internati dal fronte italo-austriaco.
Nella Casa della Contadinanza viene illustrata la vita nei campi di prigionia italiani e austro-ungarici: la stessa critica condizione di uomini in cattività, costretti al lavoro coatto e alle privazioni alimentari, specie da parte dei prigionieri italiani che, dopo Caporetto, immersi nella dura realtà dei campi di prigionia austriaci e tedeschi, si trovarono ad affrontare fortissime privazioni alimentari potendo contare soltanto sugli aiuti che arrivavano dalle famiglie, visti gli ostacoli che il Governo italiano all’invio di aiuti ai “prigionieri di Caporetto”. Ma anche i prigionieri austro-ungarici, specie le molte migliaia ammassate nel campo dell’Asinara, scontavano analoghe situazioni esistenziali, peggiorate dalla violenta epidemia di colera che nell’estate del ’15 fece migliaia di morti.
La realtà della prigionia dei militari italiani e austro-ungarici emerge in maniera singolarmente efficace da diari, documenti, lettere e giornali di prigionieria tratti dal Fondo Luxardo e da una inedita oggettistica, proveniente dalla Collezione Hellmann di Roma: manufatti costruiti dai prigionieri italiani e austro-ungarici come posate, soprammobili e altri oggetti in legno con i nomi dei vari campi che venivano scambiati con i soldati di guardia per avere cibo o altri generi di conforto.
Durissima per i soldati, la prigionia era meno pesante per gli ufficiali, grazie a regole internazionali che prevedevano minori restrizioni alimentari e soprattutto l’esenzione dal lavoro coatto. Anche per questi motivi, nei campi per ufficiali la vita in cattività era più sopportabile e accadeva che si instaurassero forme di reciproco sostegno e di valorizzazione intellettuale che impedivano la totale spersonalizzazione dei prigionieri. Ne è un esempio la vita nel lager di Celle (Cellelager), campo di prigionia per ufficiali italiani in cui erano concentrati numerosi intellettuali, quale emerge dalla cronaca appassionata di un anno di vita in clausura raccontata dagli scritti, dai disegni e dalle musiche del capitano Giovanni Denti, maestro di scuola, musicista e pittore dilettante, che malgrado le innumerevoli privazioni sembra riprodurre nel lager il modo di vivere colto e borghese del suo tempo.
12 OTTOBRE
2007
alle 19.00 presso il Salone del Parlamento
a cura di carlo perucchetti e rolando anni
In occasione dell’inaugurazione della mostra Prigionieri della guerra.
Caporetto e dintorni, alle ore 19 presso il Salone… del Castello, viene
presentato in prima esecuzione assoluta lo spettacolo “1917-1918 Concerto dal
Lager. Musica e parole dietro i reticolati” a cura di Carlo Perucchetti e
Rolando Anni .
Vengono presentate le musiche composte
dal capitano cremonese Giuseppe Denti nel campo tedesco di Celle dal dicembre
del 1917 a tutto il 1918, contrappuntate dalla lettura di lettere scritte in
prigionia dallo stesso Denti e dal fratello Dante e testi tratti dalle opere di
Carlo Emilio Gadda, Guido Sironi, Bonaventura Tecchi, don Giuseppe Tedeschi,
tutti rinchiusi a Cellelager.
Con:
Leonardo Cocon tenore
Francesco Zorzini
pianoforte
Carlo Zorzini e Carlo Perucchetti violini
Nicola Locatelli
violoncello
Silvia Perucchetti organo, pianoforte
letture a cura di Andrea
Zuccolo
la scelta dei testi è stata curata da RolandoAnni
il programma è stato
ideato da Carlo Perucchetti, Rolando Anni
Note al programma:
Le musiche eseguite in 1917-1918 Concerto dal lager fanno tutte parte della
produzione artistica “di prigionia” di Giuseppe Denti e la maggior parte di esse
sono tratte da un taccuino in cui il musicista tracciò anche i pentagrammi.
Prima il lager di Rastatt e poi quello di Celle furono i luoghi in cui Denti,
cercando di staccarsi dalle angustie quotidiane e soprattutto dalla fame, riuscì
a “fare” musica e quindi, coltivando la creatività, a salvaguardare la propria
integrità intellettuale. Alcune opere sono compiute sia nella forma che nel
contenuto, altre hanno più il carattere di studi in cui si previlegia la ricerca
armonica. Tutte sono di buona fattura e con il tratto comune della spontaneità,
nell’alternanza appassionata dei modi e delle tonalità.
Giuseppe Denti scrisse anche musica per l’orchestra del
Blocco C di cui era pianista, organizzatore e animatore, ma le opere del
taccuino e le altre qui rappresentate si segnalano in modo particolare per la
vena intimista tipicamente riconducibile alla letteratura romantica
dell’Ottocento.
Un discorso a parte merita lo “scherzo melodrammatico” La signorina del Lager, per soprano, tenore, pianoforte, coro e orchestra, di cui viene eseguito il prologo comprendente due arie per tenore e strumenti. L’opera è nata nel lager dalla collaborazione dello scrittore Alberto Casella (1891-1957, prigioniero a Cellelager, scrittore e sceneggiatore di fama) con i musicisti Alceo Rosini (valente violino solista e spalla dell’orchestra del lager) e Giuseppe Denti, autore appunto del prologo. L’opera, in un atto, fu rappresentata integralmente una sola volta nel lager.
I testi delle letture sono tratti da opere di scrittori italiani,
tutti compagni di prigionia di Denti: Carlo Emilio Gadda (Giornale di guerra e
di prigionia, Einaudi, Torino 1965), Guido Sironi (I vinti di Caporetto, Tip.
Moderna, Gallarate 1932), Bonaventura Tecchi (Prefazione a Cellelager. Disegni
di Francesco Nonni 1917-1918 e Baracca 15 C, Bompiani, Milano 1961), Giuseppe
Tedeschi (Memorie di un prigioniero di guerra, Diario di un cappellano di
fanteria. 1917-1919, La Scuola, Brescia 1947).
Le
lettere, di cui vengono letti alcuni stralci, sono di Giuseppe Denti e del
fratello Dante, prigioniero a Mauthausen dal 1916. (Carlo Perucchetti)
Orari:
da martedì a sabato: 9.30 – 12.30 // 15.00 – 18.00
domenica: 9.30
– 12.30
visite
guidate su prenotazione (Uff. didattica 0432 271980)
Informazioni:
Tel. 0432 271591
Fax 0432 271982
civici.musei.@comune.udine.it
tiziana.ribrezzi@comune.udine.it
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