Le grandi dimensioni della sala (che prima del terremoto del 1976 conservava nel soffitto un affresco ottocentesco di Domenico Fabris) hanno motivato la sistemazione - anche al di fuori di uno strettissimo criterio cronologico - di alcuni teleri non altrove collocabili. In primo luogo la Crocefissione con Santi, il leone di S. Marco e le insegne della città di Udine, di Andrea Bellunello (1476), uno dei primi dipinti celebrativi della potenza veneziana in Friuli, poi le portelle dell'organo del duomo di Udine dipinte tra 1519 e 1521 da Pellegrino da S. Daniele con insolito fare magniloquente; dello stesso un'Annunciazione (1519) dai toni più lirici e familiari ed infine un'Ultima Cena dipinta nel 1574 da Pomponio Amalteo per il coro del duomo di Udine, dove per oltre 2 secoli rimase fronteggiata dalla tela di uguale formato con la Caduta della manna dipinta nel 1647 da Fulvio Griffoni ed ora parimenti in museo, esposta nella sala VII.
L'Ultima Cena di Pomponio Amalteo:
dipinta per il Duomo di Udine (reca firma, data e nomi dei committenti in una scritta sullo sgabello di sinistra: PO(M)PONIVS AMALT(EVS) IOAN(NE) BAPT(ISTA) MELSIO PRIOXE/ AC ANT(ONI)O MARCHESIO CAMER(ARO) / MDLXXIIII), la grande tela passò in seguito in Municipio dove, nel secolo scorso, fu più volte "restaurata" con pesanti ritocchi. Il disegno preparatorio si conserva in collezione privata a Newcastle Upon Tyne. Per nulla intimorito dalle dimensioni della tela, capace di dominare correttamente lo spazio, l'Amalteo ambienta questa affollata Ultima Cena all'intemo di una sala dall'architettura rinascimentale con arcate, pilastri e semicolonne, mensole timpanate. Pur nella tradizionale impaginazione della scena, l'opera mostra un superamento delle statiche Ultime Cene del periodo precedente per quel serpeggiante ritmo che trascorre tra i personaggi, singoli o a gruppi, vivacemente atteggiati e "scorciati". Interessante la vena descrittiva del pittore che, attenta e puntuale, indugia sulla suppellettile della tavola imbandita, sulla geometrica decorazione del panno al di sotto del bianco tovagliato, sui cibi che vengono serviti, sul cagnolino che mangia un osso e sul gatto, simboli entrambi di tradimento. Veneta la matrice dell'opera, che si rifà a Tiziano nell'impostazione della scena, a Tintoretto nella positura di certi personaggi, a Pordenone o a Paris Bordon per le tipologie dei volti, ma che in definitiva "ricicla" precedenti dipinti (il gruppo centrale con la figura del Cristo dolce e severo insieme ricalca quello affrescato nella chiesa di Lestans), per servire a sua volta da modello ai pittori che verranno: in primo luogo a Giuseppe Floreani che di lì a qualche anno dipingerà una tela con l'Ultima Cena per la parrocchiale di Remanzacco: con risultati modesti nonostante l'illustre precedente.
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