In questa stanza si condensa un percorso che, partendo dai singoli individui e dalle loro famiglie, si espande per diventare comunità con un’identità molto forte. La massiccia emigrazione friulana rende necessaria la costruzione di un istituto culturale di stampo transnazionale chiamato Fogolâr furlan, vero e proprio legame e filo di memoria con il paese d’origine. Attraverso oggetti, fotografie e un video i temi sviluppati sono i seguenti:
La famiglia patriarcale è il modello caratteristico del Friuli dell’Ottocento e dei primi del Novecento, peculiare di un’economia agraria. Ha molti componenti, generalmente fratelli e sorelle, sposati con figli, guidati dal vecchio padre e dalla madre. In assenza dell’uomo è la donna a reggere ed amministrare la famiglia come è avvenuto a lungo in molti paesi in cui l’emigrazione maschile era prevalente. 
Le grandi trasformazioni portate dalle guerre, dall’evoluzione dell’economia e dai trasferimenti comportano il passaggio al modello familiare nucleare.
Sin dal Medioevo la “vicìnia” era un’organizzazione comunitaria viva che si riuniva nell’interesse di tutti e in regime assembleare, all’aperto, usualmente sotto l’ombra di un tiglio. Così erano amministrati boschi, pascoli ed acque d’irrigazione, di proprietà comune.
Era scritto un verbale dal notaio o dal pievano, che si prestava all’occorrenza, poiché i partecipanti erano “illetterati” e non sapevano scrivere.
La “vicìnia” cessò nel 1805, con Napoleone. Solo nei momenti di crisi (colera del 1855, invasione del 1917 e guerra civile del 1943-1945) ebbero un certo ruolo di aiuto le parrocchie.
Gli ambulanti sono chiamati “cramari” dal tedesco medio alto “krâme”, che significa “cassetta di legno per portare le merci a spalla”.
Vendevano tele, fili, spezie, pelli, medicamenti, stampe e, già a partire dall’Alto Medioevo, univano il mercato di Venezia col mondo tedesco, portando una certa ricchezza nei paesi d’origine.
Cramari e tessitori friulani emigravano verso il Veneto, Ferrara, Trento, il Tirolo, i Balcani, poi la Baviera, Salisburgo, Augusta, Praga e altri centri europei. A sancire l’agio raggiunto non disdegnarono di farsi fare il ritratto dal pittore locale.
Gli emigrati portavano ricchezza alle proprie famiglie, alle case e alle chiese dei paesi, sino alla caduta della Serenissima, nel 1797, con Napoleone. Dal 1813 al 1866, il Friuli appartiene al Regno Lombardo Veneto, sotto il dominio austriaco. Nel 1818 chiude l’opificio di tessitura Linussio di Tolmezzo, secondo Antonio Zanon “il maggiore in Europa”.
Emigrano quindi tessitori e boscaioli, ma il mercato cerca anche fornaciai, muratori, scalpellini per costruire le nuove parti delle città dell’Impero, a partire da Vienna e Budapest. Dal 1877 prende avvio l’emigrazione transoceanica, verso l’America. Tra le cause dell’esodo c’è la famosa tassa sul macinato, oltre allo sviluppo demografico. Con la Prima guerra mondiale i flussi migratori si arrestano, per riprendere a livello clandestino durante il fascismo.
La Seconda guerra mondiale vede alcuni operai friulani occupati nelle fabbriche del Terzo Reich e dagli anni cinquanta l’emigrazione riprende verso paesi europei ed extraeuropei.
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