Maschera lignea carnevalesca con tratti fisionomici rozzi, singolare nelle deformazioni pronunciate, nelle grandi occhiaie e nel ghigno ottenuto con denti di animali; appartiene alla tipologia delle maschere a brut: inquietanti e poco bonarie.
Grossi spaghi l’assicurano alla testa e alla nuca, può essere provvista di una linguetta di pelle interna che il mascherato tiene tra i denti con la duplice funzione di provocare l’alterazione della voce, garantendo l’anonimato al figurante, e rendere la maschera più stabile durante le danze.
Nel Friuli centro orientale è chiamata Tomàt: appellativo originatosi probabilmente dal nome proprio della persona che creò il prototipo ed è indossato dai membri più rappresentativi della compagnia carnascialesca.
Il carnevale, a cavallo tra l’Epifania e la Quaresima, copre tutto l’arco del vuoto agrario; periodo in cui ogni schema normale è abolito. La maschera è lo strumento cerimoniale per eccellenza: l’alibi per potersi abbandonare alla sfrenatezza senza essere giudicati dalla comunità, per permettersi la satira senza essere soggetti al rancore. Frequentemente due schiere di mascherati si fronteggiano: quelle “a bello” espressione delle forze benefiche, celestiali e quelle “a brutto” identificazione delle energie ctonie, istintuali e sfrenate. Il bene, vittorioso, si immedesima nella Quaresima che sconfiggendo il carnevale riporta l’ordine e il rispetto della regole nella vita quotidiana.
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