Nasce il 13 agosto 1879 a Cumiana, nei pressi di Pinerolo, da Giuseppe e Bruna Pulcheria, entrambi appartenenti alla borghesia torinese. Incoraggiato dai genitori, si iscrive all’Accademia Albertina dove ha come insegnante Giacomo Grosso, pittore alla moda e ritrattista dell’alta società. Nel 1900 Carena è a Parigi per visitare l’Esposizione Universale e conoscere direttamente i dipinti di Millet, Carrière, Whistler, Degas e Medardo Rosso che lo suggestionano e contribuiscono ad allontanarlo dalla lezione di Grosso. La rinnovata sensibilità porta l’artista a legarsi con l’ambiente crepuscolare e decadente e ad accostarsi ai modi della pittura divisionista, preraffaellita e del simbolismo monacense. A inizio secolo è presente a svariate mostre della Società Promotrice di Belle Arti di Torino e nel 1905 partecipa al concorso per il Pensionato Artistico Nazionale di Roma che vince ex aequo con un pittore napoletano. L’anno seguente si trasferisce a Roma dove ritrova il poeta Giovanni Cena amico sin dalla gioventù e si riconosce nel filantropismo populista dei pittori e degli intellettuali dell’Agro romano. La ricerca di Carena sviluppa parallelamente il tardoromanticismo estetizzante e simbolista assorbito dalla cultura artistica torinese e una linea di patetismo sociale diffusa tra i pittori romani d’inizio secolo. Nel 1909 è invitato per la prima volta alla Biennale di Venezia, dove presenta il monumentale I viandanti poi acquistato dal Museo di Udine. L’anno seguente tiene una personale presso la LXXX Esposizione Internazionale di Belle Arti della Società Amatori e Cultori di Roma con ventuno opere tra cui un trittico con scene di maternità ispirate alla baronessa Gina Ferrero, sua musa e amante, dalla cui relazione nasce la figlia Marzia. Nel 1912 Carena si ripresenta alla Biennale di Venezia con una sala personale le cui opere ne confermano lo stile raffinato e decadente e che incontrano giudizi disparati da parte dei critici. Nel 1913 è uno degli organizzatori della Secessione romana nella quale, insieme ai fauves e ai postimpressionisti per la prima volta esposti in Italia, presenta dipinti che dichiarano una netta evoluzione stilistica, adesso basata su colori puri e complementari. Da questo momento Carena intraprende una ricerca opposta a quella della sua affermazione e, sulla scorta della lezione fauve, impiega forme piatte e stesure cromatiche sintetiche e pastose. A fine 1916 parte per il fronte, prima come caporale poi come ufficiale di artiglieria ed è tra i primi soldati ad entrare a Trento il 3 novembre del 1918. Nel 1919 Carena partecipa all’Esposizione Nazionale organizzata dalla Promotrice a Torino dove ottiene un premio ex aequo con Felice Casorati. Sposa a Torino Mariuccia Chessa, sorella del pittore Gigi, e si trasferisce in una casetta in affitto ad Articoli Corrado dove l’anno seguente nasce la figlia Donatella. In questo periodo di serenità e concentrazione nascono opere come La bambina sulla porta dove è avvertibile l’influenza cézannianna. Alla I Biennale Romana del 1921 Carena espone lavori caratterizzati dalla semplificazione del disegno e da una materia pittorica densa e rappresa. L’anno seguente, insieme ad Attilio Selva, apre una scuola di pittura destinata a essere frequentata dalla generazione che poi avrebbe dato vita alla Scuola Romana. Alla Biennale di quell’anno ottiene larghi riscontri critici grazie a Quiete, un dipinto ispirato agli idilli campestri del Rinascimento veneziano e alla voluttà cromatica del Seicento. A metà decennio Carena ricopre la cattedra di pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze e partecipa alle mostre organizzate a Milano e a Bruxelles dalla Galleria Pesaro. Nel 1926 è presente con cinquanta quadri alla Biennale di Venezia e in catalogo è indicato da Antonio Maraini come uno dei protagonisti indiscussi della nuova pittura italiana contemporanea. È un momento di grande successo per l’artista al quale si riconosce una capacità compositiva di ispirazione classica e la ricchezza cromatica di tradizione veneta: non a caso in questo giro di anni molte sue opere vengono acquistate dai musei. Nel 1927 partecipa all’Exposition d’Artistes Italiens Contemporains a Ginevra, una delle mostre estere organizzate da Margherita Sarfatti per il gruppo del Novecento Italiano. Nel 1929 figura alla II Mostra del Novecento Italiano alla Permanente a Milano e alla trasferta ginevrina della stessa compagine ordinata dalla Sarfatti alla Galerie Moos. La salute di Carena è però ostacolata da una patologia polmonare che richiede un delicato intervento chirurgico che finisce per prostrarlo per diverso tempo. La storicizzazione dell’artista inizia attorno al 1930 quando Antonio Maraini gli dedica una monografia, Margherita Sarfatti lo include nel suo Storia della Pittura Moderna e la I Quadriennale di Roma allestisce una sua sala personale con trentatré dipinti. Il 1932, come provano le opere alla Biennale di Venezia, segna un’ennesima svolta: la pittura di Carena adesso inclina verso le forme dell’espressionismo, a toni sempre più intensi ed è caratterizzata da stesure sommarie e veloci al punto da suscitare nella critica non poche perplessità. Nel 1933 l’artista viene nominato Accademico d’Italia e presidente dell’Accademia di Belle Arti di Firenze. Negli anni seguenti è ancora alla Biennale di Venezia e Quadriennale di Roma. Partecipa inoltre alla mostra parigina L’Art italien des XIXe et XXe siècles e sebbene la critica francese appaia discorde, la sua fama si consolida anche al di fuori dell’Italia. Tra le opere più recenti esposte alla Biennale di Venezia spicca Dogali-1887, un quadro che non incontra il plauso della critica perché il soggetto, la tragica fine di una colonna di soldati italiani nella guerra d’Abissinia, da un lato si allinea alla retorica imperialista e dall’altro viene letto come disfattista nel momento della vittoria in Eritrea. A fine decennio Carena è presente in numerose esposizioni italiane ed europee. Nel 1937 partecipa a Berlino alla mostra Italienische Kunst von 1800 bis zur Gegenwart. L’anno seguente espone alla Biennale di Venezia, alla Mostra d’Arte Contemporanea Italiana a Berna e tiene una personale alla Galleria Martina di Torino. Nel 1939 è alla III Quadriennale d’Arte Nazionale di Roma e all’Exhibition of Italian Contemporary Art di New York. Nel 1940 ottiene il Gran premio della pittura alla Biennale di Venezia dove espone ventitré lavori tra cui la Pietà del 1938-39, poi acquistata dal conte Vittorio Cini e i due dipinti entrati a far parte della Collezione Astaldi ora nelle collezioni udinesi. A metà anni Quaranta Carena si trasferisce a Venezia dove prende casa in fondamenta Briati ai Carmini e apre uno studio nei pressi della chiesa della Madonna dell’Orto. Nel dopoguerra la sua ricerca si concentra su soggetti mitologici e biblici, ma è il tema della natura morta ad essere maggiormente frequentato. Composizioni con conchiglie, fiori, vasi, bucrani, libri e frutti accompagnano la ricerca della maturità attraverso una scelta cromatica pastosa e dai toni sempre luminosi. La partecipazione dell’artista alle maggiori mostre italiane, specialmente alle Biennali di Venezia, è sempre intensa. Nei primi anni Sessanta le condizioni di salute di Carena si aggravano progressivamente e non riuscendo più a dipingere egli inizia a modellare alcune teste in creta. Il 10 giugno 1966 l’artista muore a ottantasette anni nella sua casa veneziana.
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