Dopo aver frequentato a Venezia l'Accademia ed essersi diplomato nel 1928, al Liceo artistico, frequenta per un anno l'Accademia di Brera dove si orienta verso i valori plastici del Novecento milanese. Espone per la prima volta nel 1925 alla Mostra Giorgioniana di Udine dove è premiato per la pittura, il disegno e la progettazione di oggetti e mobili. Dopo le presenze a Cà Pesaro nel 1927 e nel 1928, nel 1930 presenta a Milano quindici quadri, dalle masse rigidamente squadrate, insieme a Manzù e Sassu. Una sua composizione entrò a far parte, allora, della collezione di Margherita Sarfatti. I piccoli lavori giovanili ispirati al paesaggio lagunare e friulano portano le tracce delle suggestioni postimpressioniste veneziane mentre in seguito la sua pittura sviluppa in quell'occasione consistenza volumetrica, masse bloccate, colore usato in funzione plastica, valori tattili cézanniani. Tra il 1929 e il 1931 Grassi approfondisce la riflessione sulla scabra epicità di Sironi e sull'arcaismo di Carrà. La semplificazione della forma introdotta dal "Novecento" milanese assume cadenze oniriche nella "Scala a chiocciola" (1929). L'accentuazione dinamica portata dalle prospettive audacemente sbilanciate inserisce nell'opera il ricordo delle sintesi spazio - temporali futuriste. Ma è, soprattutto, nel "Bersagliere" e nel "Rancio", del 1931, due quadri dipinti durante il servizio militare prestato fra Milano e Palermo, che il novecentismo di Grassi, con la sua umiltà e la sua forza, urta contro il senso comune del bello per conseguire rilievo plastico, sintesi, ambiguità tra realismo e fantasia trasognata. Il "Bersagliere" ha la rudezza selvatica di certo Rosai. Dal "Rancio" esce l'immagine di un'Italia arcaica e paesana, affondata in una malinconia che ha anche un senso di grandezza masaccesca filtrata attraverso le "astratte" volumetrie di Carrà. Rientrato a Udine, Grassi intesse lunghi colloqui con l'amico Modotto, che fa la spola tra il Friuli e Parigi. Ed è Modotto a parlargli di Severini, di Maritain, dell"aria" francese che, nel temperamento di Grassi incline alla speculazione letteraria, trova facile terreno di coltura. Nel frattempo si occupa anche di studi sulla pittura friulana rinascimentale, dalla quale risale alla grande arte italiana del Quattrocento. E alla serena aristocratica armonia del Piero della Francesca della "Madonna di Senigallia" si ispira nel 1932 per il "Ritratto della madre". Attraverso Severini egli scopre il valore, in arte, della matematica, l'ordine geometrico che regge le cose, l'importanza della componente scientifica nelle opere dei grandi maestri; medita e disquisisce sul "De divina proportione" del toscano fra Luca Pacioli, che nelle ricerche geometriche sui corpi regolari esaltati nella loro ideale purezza di archetipi e nella teorizzaione della "sezione aurea" aveva portato un forte interesse filosofico e religioso. Ed è un interesse filosofico che in Grassi si arricchisce e si sostanzia del neotomismo di Maritain. Saranno, inoltre, cubismo e futurismo a fornire all'artista udinese, come già a Severini, lo strumento, oltre che per una concettualizzazione architettonica delle forme, per nuovi effetti dinamici ottenuti con l'impaginazione diagonale delle componenti geometriche. Intorno al 1932 abbandona i blocchi compatti del colore per abbracciare la tecnica divisionista del maestro Severini, mediata da Modotto. Agli impasti cromatici sostituisce una fitta trama punteggiata di tinte complementari - una sorta di mosaico - destinate a rendere più luminose e solari le atmosfere pittoriche. I quadri vibrano di un acceso misticismo simbolista, molto lontano, comunque, dallo spirito del surrealismo, nonostante talunte superficiali analogie. Angeli vendicatori irrompono in paesaggi di torri sommerse, templi classici vengono fissati in prospettive instabili, pesci guizzano in anfratti misteriosi drappeggiati da tende, tra voli di colombe su spiagge devastate, concise maestosità di sublimi scenari arcaici come sospesi in un'eco di leggendarie risonanze, profili dai cupi contrasti e rocce irreali, mandòle che attendono di vibrare al tocco di mani invisibili, colonne e archi divenuti relitti galleggianti travolti dalle piene, immagini umane quasi informi, aspramente dirozzate, stagliantisi in cimiteri marini "di pietra, d'oro, di alberi cupi, dove tanto marmo su tante ombre trema". Come per Paul Valéry, anche per Grassi "il sogno è conoscenza". Nel 1934, Grassi si dedica all'insegnamento del disegno. Nel 1935 e nel 1939 partecipa alle Quadriennali romane. Nel 1939, ancora sulla scia di Severini, perviene a una pittura chiarificata, luminosa ed elegante, interrotta dalla guerra. Richiamato alle armi, combattente su vari fronti, durante la Resistenza Grassi diviene comandante delle divisioni partigiane "Osoppo - Friuli" con il nome di battaglia di "Verdi". Dopo la liberazione viene eletto deputato al Parlamento, e ricopre vari incarichi nell'amministrazione locale e in seno al Partito socialista. Riprende l'insegnamento, è ispettore alla Soprintendenza alle Belle Arti e si dedicò all'organizzazione di manifestazioni culturali, in una prospettiva di nuovi rapporti con le vicine regioni della Carinzia e della Slovenia. Riprese a dipingere nel 1961, riproponendo i simboli e le "favole" degli anni Trenta in una dimensione di memoria inquieta.
Nota bibliografica
A Manzano, Arte Moderna in Friuli, "Avanti cul brun!…", Udine 1953; L. Damiani, Candido Grassi pittore, Ente Manifestazioni Udinesi, Udine 1972 (cat. d. mostra alla Galleria del Centro Friulano Arti Plastiche); L. Damiani, Arte del Novecento in Friuli - 2. Il Novecento mito e razionalismo, Del Bianco, Udine 1982.
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