Nel 1916 si iscrive all'Istituto Piccole Industrie di Trieste dove frequenta i corsi di pittura ottenendo, nel 1919, una borsa di studio dal Comune per completare la propria formazione presso l'Accademia di Venezia, sotto la guida di Ettore Tito e Augusto Sezanne. I suoi esordi artistici sono segnati da una generica adesione alle poetiche impressioniste di matrice oltralpina per arricchirsi, in seguito, di echi simbolisti, retaggio della Secessione viennese, ma soprattutto monacense, secondo la più schietta tradizione triestina. Giunto a Venezia, mal sopporta l'inflessibilità degli insegnamenti accademici preferendo dedicarsi alla visita di musei e chiese e allo studio dell'arte del passato. Porta a termine il percorso accademico nel 1921 e l'anno successivo, su invito di Nino Barbantini, presenta i propri lavori in una mostra personale a Cà Pesaro a Venezia, dando avvio a una feconda attività espositiva. Dopo un breve soggiorno a Roma, Stultus rientra a Trieste dove allestisce un'altra esposizione personale e partecipa alle mostre organizzate dal locale Circolo Artistico (1924 e 1926) e dal Sindacato Regionale Fascista Belle Arti a partire dal 1927. Nel 1926 il suo nome affianca quello degli artisti chiamati a rappresentare la provincia triestina all'Esposizione delle Tre Venezie tenutasi a Padova. Durante questa prolungata residenza nella città natale l'artista ha modo di riallacciare i contatti con l'ambiente figurativo del capoluogo giuliano rimanendo suggestionato, in particolare, dalla ricerca pittorica di Piero Marussig. Risale a questo periodo la realizzazione di opere come La camicetta bulgara (Bolzano, collezione privata) o il Mercato al ponte Rosso (Firenze, collezione privata) in cui la forma si definisce con il ricorso a contorni precisi ottenuti sulla preparazione scura della tela risparmiata dalle pennellate dense di colore che costruiscono i volumi nella luce. Inizia in queste opere la fase di avvicinamento del pittore allo stile di Novecento Italiano, movimento a cui però Stultus non aderirà mai ufficialmente. Nello stesso periodo egli approfondisce le proprie conoscenze nei riguardi dell'arte del Rinascimento italiano con particolare attenzione alla scuola veneta quattro e cinquecentesca. Sulla scorta di questi interessi, nel 1927 l'artista si reca per la prima volta a Firenze, dove entra in contatto con Felice Carena, e poi a Roma. Rientrato a Trieste, continua a lavorare con impegno, tanto che i primi riconoscimenti non tardano a giungergli: dal 1930 partecipa alla Biennale di Venezia (nel 1936 e nel 1942 vi allestirà delle sale personali), nel 1935 espone alla Quadriennale di Roma e le sue opere cominciano a essere apprezzate anche all'estero. Nel corso degli anni Trenta egli va maturando il suo stile secondo una progressiva estremizzazione nella resa della forma e dei volumi dedicandosi a soggetti tratti dal mondo agreste e dalla vita contadina. Ritrae giovani contadine del Carso intente a scambiarsi confidenze, elevate dalla raffigurazione a una condizione mitica e atemporale, e paesaggi naturali immersi in un'atmosfera immobile e cristallina. La progressiva semplificazione geometrizzante delle forme che fa capolino nelle opere dell'autore negli anni Venti, a partire da Le due madri (1926; Trieste, asilo comunale di San Giusto), è dovuta alla rilettura dell'arte di Cézanne e all'influsso di Casorati soprattutto per la luce vivida e quasi irreale che contraddistingue i dipinti di quel periodo. Tali caratteristiche si definiranno meglio successivamente, assimilate in uno stile del tutto originale ben espresso in quadri come La corona di San Giovanni (1930; Trieste, Civico Museo Revoltella) o Il Vipacco, esposto alla V Mostra Sindacale Regionale di Udine del 1931 (Udine, Galleria d'Arte Moderna). Nel 1941 Stultus si trasferisce definitivamente a Firenze dove insegna all'Accademia fino al 1943 concedendo largo spazio creativo alla raffigurazione del paesaggio toscano tradotto in immagini dai toni magici e fiabeschi. La produzione pittorica dell'artista nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale non presenta caratteristiche di rilievo essendosi mantenuta entro i termini della rappresentazione realistica, incapace di rinnovarsi sulla spinta dei movimenti astratti e informali di quegli anni, guardati sempre con sospetto dall'autore.
Nota bibliografica
N. Comar, Dyalma Stultus, Trieste, Lint, 1993 (con bibliografia precedente).
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