Arturo Martini (Treviso, 1889 - Milano,
1947)
Ritratto del pittore Gino Rossi, 1914
monotipo
mm. 390
x 280
Straordinario esempio di sperimentazione nell'ambito della restituzione grafica dell'immagine, la stampa in oggetto rappresenta il risultato delle ricerche avviate da Arturo Martini nel campo dell'incisione. Giunta nella collezione privata di Fabio Mauroner grazie ai rapporti di amicizia dell'incisore friulano con gli esponenti dell'avanguardia capesarina, l'opera costituisce una rarissima testimonianza dei legami instauratisi tra gli artisti del côté veneziano dell'epoca. Il ritratto di Gino Rossi, siglato da un segno largo e irregolare, accentua la cifra caricaturale dell'immagine nei termini di una deformazione formale di matrice espressionista.
Un ritratto "cinese"
Non vi è dubbio che il ritratto
con cui Martini rende omaggio a Gino Rossi rifletta tanto nelle fattezze quanto
nella specificità del segno quell'arte orientale che aveva avuto nella
formazione di Rossi una grande importanza. Sin dai primi viaggi compiuti a
Parigi, Rossi infatti era rimasto colpito dalle raccolte di arte asiatica
conservate al Museo Guimet e ne tenne conto per molti dipinti realizzati nel
1910-12. In questi anni la pittura di Rossi permise a Martini di abbandonare
progressivamente le giovanili emulazioni del Secessionismo, istruendolo a un
linguaggio visivo più sintetico e immediato, fino alla deformazione espressiva,
come nel caso di questo ritratto.
I due compagni
Il rapporto burrascoso tra Gino Rossi e Arturo Martini, che dopo una stretta
amicizia verrà svanendo nel primo dopoguerra, venne narrato da Giovanni Comisso
nel romanzo I due compagni del 1934. In realtà, nella figura del
coprotagonista pittore, Comisso volle riunire i ricordi e le suggestioni sia di
Rossi che di Nino Springolo, un altro pittore attivo in quegli anni a Treviso.
Due tipi diversi era stato invece il titolo di una litografia dello
stesso Martini del 1912 con due personaggi raffigurati seduti e di spalle. Uno
di essi regge un fiore e può essere un'allusione a Gino Rossi, che due anni
prima aveva dipinto il suo capolavoro, La fanciulla del fiore
.
Abbandonata la
scuola dell'obbligo, lavora a Treviso come apprendista in una bottega orafa e
frequenta lezioni serali di disegno e modellato alla Scuola d'Arti e Mestieri.
Con una borsa di studio si reca a Venezia presso lo studio dello scultore Urbano
Nono e si iscrive alla Scuola libera del nudo all'Accademia. La scoperta di
Medardo Rosso provoca un forte impatto sulla sua ricerca plastica unitamente
alla cultura secessionista e alla scultura di Ivan Mestrovic assorbita durante
un soggiorno di studio a Monaco nel 1909. Rientrato nel 1910 a Treviso disegna e
modella ceramica per la manifattura Gregorj. Nel 1911 allestisce una sala
all'esposizione della Fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia, e si lega
d'amicizia ai giovani artisti gravitanti intorno a Cà Pesaro, tra i quali Gino
Rossi, condividendone l'insofferenza alla tradizione. Nel ‘12 è a Parigi a
diretto contatto con le avanguardie (Cubismo, Futurismo etc.) e conosce
Modigliani e Medardo Rosso il quale lo introduce al Salon D'Automne. Nel '13
espone a Cà Pesaro alcuni suoi capolavori contrassegnati da un espressionismo in
chiave simbolista quali Fanciulla piena d'amore , Uomo spesse volte
incontrato ; nello stesso anno nasce un ciclo di stampe realizzate su
terracotta, e altre sculture di intensa stilizzazione come La puttana ,
esposta a Roma nel '14 alla II mostra della Secessione dove conosce Mestrovic.
Insieme a Rossi nel '15 è di nuovo a Parigi. Dopo la parentesi bellica, espone
alla mostra dei 'ribelli' di Cà Pesaro a Venezia all'insegna del ritorno a una
plastica dal linearismo neo - quattrocentesco, in linea con i canoni estetici
propugnati da riviste come Valori Plastici. Trasferitosi a Milano, entra a far
parte del gruppo Valori Plastici accanto a Carlo Carrà che nel 1920 lo presenta
alla sua prima personale. Nel 1923 si aggiudica il concorso per il Monumento ai
Caduti a Vado Ligure. Nel '24 si trasferisce a Roma dove l'anno seguente espone
alla III Biennale. Nel 1926 partecipa alla I mostra del Novecento Italiano a
Milano dove nell'edizione del '29 presenta il bronzo Figliuol prodigo ,
monumentale esempio di una personale e originale rilettura della statuaria
antica alla luce di una sensibilità contemporanea. All'interno del gruppo assume
un ruolo - guida e accanto a Sironi, Carrà, Funi etc. partecipa alle varie
mostre collettive in Italia e all'estero. Nel '28 espone alla Biennale di
Venezia e nel '29 inizia l'insegnamento presso l'Istituto d'Arte di Monza.
Nascono in questi anni opere di grande rilevanza come La pisana ,
La maternità in legno, grandi terrecotte come Il sogno ,
L'attesa etc. Nel 1931 ottiene il primo premio alla prima Quadriennale
romana. Nel '33 si stabilisce a Milano. Gli anni Trenta lo vedono impegnato in
una serie di sculture monumentali per importanti edifici pubblici, quali l'
Atenà (1934 -'35) per lo Studium Urbis di Roma, l'altorilievo la
Giustizia corporativa (1936 - '39) per il palazzo di Giustizia a
Milano, La Vittoria dell'aria (1937) sempre a Milano, Tito Livio
(1939) per l'Università di Padova e altri. Entrato in una crisi profonda
nei confronti della scultura d'impegno monumentale e della statuaria
tradizionale, crisi che nel 1945 sfocerà nel testo Scultura lingua morta
, Martini inizia nel '39 a dipingere. Nel '41 a Carrara scolpisce La
donna che nuota sott'acqua di ardita articolazione plastica e l'anno
seguente è chiamato a insegnare all'Accademia di Venezia. Nel '46, sempre a
Carrara, realizza l'ultimo impegnativo capolavoro Il partigiano
Masaccio.
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