Da sempre, nell'esercizio dell'arte, l'autoritratto è l'occasione per cui l'artista, di fronte a se stesso e non a un modello da ritrarre, si pone un'interrogativo strettamente personale sulla propria vera identità e su quale effigie di sè far entrare nel repertorio condiviso delle immagini.
Lo specchio è lo strumento indispensabile per questo dialogo con il proprio doppio, ma ciò che appare riflesso non necessariamente corrisponde all'interiorità, dipanandosi da sempre l'autoritratto tra fisionomia e carattere, verità e idealizzazione. Una delle motivazioni primarie del tema è certo la spinta autocelebrativa, per assecondare la richiesta di autoritratti delle Accademie e delle Gallerie d'arte al fine di rendere immortali anche le sembianze dei propri artisti. In senso più lato, ciò che induce l'artista a effigiarsi è l'affermazione del proprio ruolo e della propria identità di artista all'interno di precise realtà sociali, e, in tempi più vicini a noi, anche la necessità di segnalare al mondo la vera e propria crisi di identità dell'individuo contemporaneo.
E in particolare, nel complesso periodo tra fine Ottocento e primi decenni del Novecento, preso qui in esame, decisivo per il passaggio tra un concetto d'imitazione della natura a un'arte che la interiorizza, più che mai i volti degli artisti riflettono le singole vicende esistenziali, e vanno letti alla luce dei drammi e delle affermazioni riscontrati nei dati biografici, spesso consumati nella propria intimità più recondita ma certo palesi a un occhio attento, e più spesso ancora intrecciati alle vicende ineluttabili della storia, ai mutamenti epocali. Anche per il nostro quadrante storico e geografico tali vicende segnano momenti tragici, dal crollo dell'Impero, alla Grande Guerra qui in uno dei suoi più tragici scenari, al Fascismo e alla Seconda Guerra: anche gli artisti hanno versato il loro sangue per la Patria e dato il loro contributo, in prima persona, alla crescita civile e sociale della collettività.
L'artista del Novecento, più che mai, riflette nella sua opera tutte le inquietudini e le crisi del proprio tempo, e si pone l'interrogativo sul suo vero ruolo all'interno della società contemporanea: la committenza non esiste più, e il pubblico è un incognita con cui misurarsi quotidianamente:il ruolo del principe, del nobile ambizioso, del colto e facoltoso borghese ha ceduto il posto al libero mercato dell'arte, ovvero spesso alla solitudine e all'incomprensione e lacerazione rispetto a un gusto corrente, facile e di comodo, che però spesso non condivide l'ansia della ricerca e della sperimentazione, che anima l'artista vero. L'artista, spesso nel chiuso del suo atelier, tra tavolozza, pennelli e cavalletto, posa per se stesso di fronte allo specchio, esrcitando due ruoli, attivo e passivo, e lo sdoppiamento tra artista e modello implica un gioudizio su ciò che appare nello specchio, che implica l'idea e il progetto di come e cosa tramandare della propria immagine ai posteri.
Il risultato oscilla tra apparenza e rispecchiamento della propria interiorità, e agli inzizi del Novecento, -anche sotto la suggestione non ultima dela psicanalisi-lo specchio riflette sempre di più l'anima, l'io interiore, lo scandaglio del sè. E' l'autoritratto un occasione di autocoscienza e di autorilvelazione di un io sempre più profondo, che segna il passaggio storico tra una rappresentazione di impronta realistica a una proiezione immaginifica, che coinvolge lo spettatore in un codice di lettura più complesso e ricco di riferimenti, ma anche più attento e meno superficiale. Il risultato è un dialogo più profondo e impegnativo, a tu per tu, con l'artista stesso, che questi autoritratti ci auguriamo stimoleranno in quanti vi incrocieranno il loro sguardo.
Stampa pagina