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BIOGRAFIE DEGLI ARTISTI IN ESPOSIZIONE



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DINO BASALDELLA (1909-1977)
Dino Basaldella nasce a Udine nel 1909. I suoi esordi sono legati a quelli dei fratelli Mirko e Afro nell’ambito della Scuola Friulana d’Avanguardia fondata nel 1928. I suoi primi lavori risentono sia dell’influsso di Medardo Rosso, nella sensibilità del modellato, sia di Arturo Martini, nella matrice arcaica. A partire dagli anni trenta partecipa a varie esposizioni sindacali, a varie Quadriennali romane e alla Biennale veneziana del 1936; dal 1933 ha inizio inoltre la sua attività didattica in vari istituti tecnici friulani. La sua ricerca artistica prosegue accogliendo le sollecitazioni della Scuola Romana giungendo a un modellato morbido e figure allungate. In questo periodo la sua produzione si allarga all’oreficeria portandovi gli esiti della sua ricerca scultorea. Dopo aver preso parte alla Resistenza , nel 1944 tiene la sua prima personale a Udine. Nel 1947 è presente alla Mostra Triveneta del Ritratto, in cui ottiene il primo Premio con Ritratto di Natili. Durante gli anni cinquanta, attingendo dall’esperienza post-cubista giunge a una rivisitazione della tecnica tradizionale realizzando bassorilievi in pietra, che presenterà anche alla Triennale di Milano del 1954, e bassorilievi polimaterici. Gli anni sessanta sono caratterizzati dall’utilizzo quasi esclusivo del ferro. Procede al riutilizzo di scarti industriali con i quali ottiene effetti plastici estremamente personali, pur partendo dalle suggestioni di Colla. Partecipa a importanti eventi sia nazionali che internazionali: nel 1961 al Princeton University Art Museum, al Carnegie Institut di Pittsbugh e alla Viviano Gallery di New York. Nel 1964 espone alla Biennale di Venezia e partecipa a una collettiva alla Galleria d’Arte Moderna di Torino. Nel 1965 realizza una monumentale scultura Orecchio a Ravne, in Slovenia, e partecipa al Simposio Forma Viva che si tiene nella stessa città. Nello stesso anno partecipa alla Quadriennale di Roma con cinque opere in ferro. Dal 1967 al ’70 prende parte a importanti eventi che si tengono a Basilea, Klagenfurt e Pordenone e realizza opere per importanti istituti sia pubblici che privati. Dal 1970 ricopre la cattedra di scultura all’Accademia di Brera a Milano che terrà fino al 1975. Muore nel 1977.

RENATO BIROLLI (1905-1959)
Renato Birolli nasce a Verona nel 1905. Dopo una breve frequentazione dell’Accademia d’Arte Cignaroli giunge a Milano nel 1928. Qui avviene una rapida maturazione stilistica grazie ai contatti con Carrà, Sassu, Manzù e inizia anche la sua collaborazione con “L’Ambrosiano”. Nel 1931 alla mostra allestita presso la Galleria del Milione espone San Zeno pescatore che, può essere considerato emblematico della sua ricerca. Si concentra infatti sul rapporto arte-vita, sul ritorno alla pittura come libera immaginazione, ma anche come profondo momento morale. E’ evidente da subito una netta opposizione a Novecento e una volontà di aprire la cultura italiana al clima europeo. A Parigi, nel ’36, le sollecitazioni di Matisse e Picasso portano a una evoluzione della sua poetica verso un lirismo astratto e incentrato sul colore. Nel ’38 aderisce al gruppo di Corrente. In questo periodo è impegnato soprattutto politicamente, come testimonia l’imponente stesura di disegni sugli orrori della guerra e come risulta dalla lettura dei suoi Taccuini iniziati in questi anni. Il suo antifascismo gli costerà anche il carcere tra il ’37 e il ’38. Alla fine della guerra sarà tra i promotori della Nuova Secessione Artistica (’46), più tardi chiamata Fronte Nuovo nelle Arti. Nel 1950 partecipa alla XXV Biennale di San Paolo e l’anno successivo è per la prima volta a New York. Nel 1952 entra a far parte del Gruppo degli Otto. L’anno seguente è chiamato al ciclo di conferenze “Pittura d’oggi” organizzate dal gabinetto di Viesseux e risale a questi anni la sua polemica nei confronti delle tendenze realiste della cultura ufficiale del Pci. Nella seconda metà degli anni cinquanta il lungo soggiorno alle Cinque Terre è significativo per la sua produzione artistica che è ora indirizzata a un nuovo rapporto fra forma e colore. Nell’ultimo periodo della sua vita, prima della prematura scomparsa, nel 1959, Birolli compie viaggi ad Anversa e a New York. Dalla diretta conoscenza dell’arte americana contemporanea deriva una decisa reazione, come dimostrano le opere degli ultimi anni. Numerosi sono stati i riconoscimenti raggiunti (Premio La Spezia, P. del Carnegie Institute di Pittsburgh, Premio Lissone, Premio Marzotto) che rendono un giusto omaggio all’importanza della sua opera.

JAMES BROOKS (1906-1992)
James Brooks nasce a Saint Louis, Missouri, nel 1906. Dopo la laurea giunge nel 1926 a New York, dove si iscrive alla Art Student’s League e dove prenderà parte al piano di sostegno per gli artisti (WPA) promosso dal governo durante gli anni della depressione. Nelle sue opere si riflette la poetica del realismo sociale che accomuna molti giovani artisti statunitensi. A partire dalla seconda metà degli anni quaranta inizia a insegnare prima alla Columbia University di New York poi al Pratt Institut di Brooklyn. Dal ’46 entra in contatto con Jackson Pollock che lo indirizzerà verso uno stile astratto in cui predomina una materia pittorica vibrante e ritmata. La sua prima personale ha luogo alla Peridot Gallery di New York nel 1949. Nella dichiarazione poetica per il catalogo della mostra “The New Decade” (New York, 1955), James Brooks afferma: “La superficie è sempre stata il luogo d’incontro fra quel che il pittore già conosce e quel che ancora gli è ignoto, e sulla tela appare per la prima volta”. Un connubio fra le emozioni vissute, conosciute e le cose ignote costituite dalle tante figure intese “come flusso di immagini prima di svanire nel gelo dei concetti” come rileva Brusatin. Nel 1963 si trasferisce per un periodo a Roma dove è invitato come “artist-in-residence” all’Accademia Americana. La prima mostra personale dell’artista in Italia si è tenuta alla Galleria Lorenzelli di Milano, nel 1975. Fra la fine degli anni settanta e gli anni novanta partecipa a importanti collettive come quelle tenutesi al Guggenheim Museum di New York e al The High Museum of Art di Atlanta. Molte sono anche le personali che hanno luogo nei principali musei americani. Si spegne a East Hampton, NY, nel 1992. La sua opera è ancora oggi oggetto di attenzione a livello internazionale. Valsecchi, in occasione di una mostra dedicata all’artista nel 2005, rileva come la sua pittura si esprima “non a campiture di colore ma per agglomerati cromatici, a timbro squillante, con rilegature nere come ombre lunghe o premonizioni drammatiche”, dove “la dimensione di questi agglomerati non si agglutina in segni, in contrazioni, ma si espande a piena voce con un controllo lirico, un timbro disteso che è un’altra sua dote”.

ALBERTO BURRI (1915-1995)
Alberto Burri nasce a Città di Castello nel 1915. Nel 1940 si laurea in medicina e viene richiamato alle armi come medico dell’esercito italiano. Nel 1944, dopo essere stato fatto prigioniero, viene inviato nel campo di Hereford in Texas ed è qui che nascono i suoi primi dipinti. Dopo la guerra si stabilisce a Roma per intraprendere la carriera artistica dopo aver definitivamente abbandonato quella medica. Nel 1947 ha luogo la sua prima personale alla Galleria La Margherita. L’anno successivo nel corso del suo viaggio a Parigi è fortemente attratto dall’art brut di Dubuffet  e risalgono a questo periodo le sue prime opere astratte. Il 1949 segna l’esordio di una sperimentazione che lo condurrà all’utilizzo dei materiali più vari dando vita ai “catrami” (’49), alle “muffe”, ai “gobbi”, ai “sacchi” (’50). Passerà poi all’utilizzo del fuoco, applicato alla carta, al legno e alla plastica. Dal ’73 nascono i “cretti” che culminano con la realizzazione del Grande cretto (‘81) per la città di Gibellina. Dalla seconda metà degli anni settanta preponderante appare l’utilizzo del colore come ne Il viaggio, Il sestante, Rosso e nero, Annottarsi, fino ad espandersi alla dimensione ambientale come in Grande Ferro K o Ferro U. Nel 1951 partecipa alla fondazione del gruppo Origine insieme a Colla, Capogrossi, Ballocco e presenta le sue opere alla Stable Gallery di New York, la stessa in cui espone anche Raushenberg. Nel 1953 Sweeney, direttore del Guggenheim di New York, apprezza le sue opere e lo inserisce nella mostra “Younger European Painters”. Ha inizio il suo riconoscimento a livello internazionale: Tapiè lo invita a Parigi per la mostra “Individualité d’aujourd’hui”, partecipa alla mostra “The New Decade: 22 European Painters and Sculptors” a New York, alla collettiva “Terza Biennale: Artistas Italianos de Hoje” a San Paolo, alla “1955 Pittsburgh International Exibiton of Contemporary Painting”. Seguiranno tante altre partecipazioni sia in Italia ed Europa che in America. È molto vicino ad Afro con il quale compie un’avventurosa traversata degli Stati Uniti alla ricerca di spazi incontaminati. Negli anni sessanta si dedica anche alla serigrafia, alla litografia e a scenografie teatrali. Nel 1981 viene inaugurata la Fondazione Burri in Palazzo Albizzini a Città di Castello che si amplierà agli Ex-Seccatoi del Tabacco nel 1990. Muore a Nizza nel 1995.

CORRADO CAGLI (1910-1976)
Corrado Cagli nasce ad Ancona nel 1910. Dal 1915 è a Roma dove, dopo studi classici, frequenta l’Accademia di Belle Arti. I suoi primi esordi risalgono al 1927 con pitture murali a tempera. Mostra sin dagli inizi una personalità estremamente vivace e fantasiosa impostando una ricerca volta a un forte sperimentalismo e a una indagine critica. Tra il 1929 e il 1930 è direttore artistico di una fabbrica di ceramiche ad Umbertide. Nel 1932, alla Galleria d’Arte di Roma, ha luogo la sua prima mostra insieme a Adriana Pincherle. Nello stesso anno con la collaborazione di Capogrossi e Cavalli forma il gruppo Nuova Pittura Romana. È ispiratore di concetti fondamentali quali il “primordialismo” ed è l’unico che privilegia la scelta pubblica del “muro” rispetto al dipinto da cavalletto. Cagli diviene ben presto il fulcro della nuova generazione di artisti romani come Afro, Mirco, Ziveri, Guttuso, Fazzini. Si distingue anche per il suo impegno teorico e critico, come dimostra la sua collaborazione alla rivista il “Quadrante”, diretta da Bardi e Bontempelli (suo zio). Aderisce inizialmente al Regime sostenendo una nuova funzione mitologica e sociale dell’arte. Esegue numerosi affreschi murali per la Triennale di Milano del 1933, per la Quadriennale romana del 1935 e per l’Esposizione Internazionale di Parigi del 1937. È l’animatore della Galleria della Cometa, diretta da Libero de Libero, con cui intrattiene rapporti duraturi che lo portano ad esporre anche nella sede della Cometa di New York. Sarà qui che si trasferirà nel 1939 quando le leggi razziali lo obbligheranno ad emigrare. Nel 1941, come cittadino statunitense, partecipa alla guerra, finirà nel campo di concentramento di Buchenwald; testimonianze di tale esperienza saranno documentate da una serie di disegni. Nel 1948 ritorna a Roma, dove svolge gran parte della sua attività improntata alla ricerca e sperimentazione di differenti linguaggi, rafforzando la tendenza astratta. Si impegna anche in campo teatrale e alterna lunghi soggiorni a Milano, negli anni cinquanta, e a Taormina, nei due decenni successivi. Muore a Roma nel 1976.

ALEXANDER CALDER (1898-1976)
Alexander Calder nasce nel 1898 in Pennsylvania, da madre pittrice e padre scultore. Si laurea diciannovenne in Ingegneria nel New Jersey. Dal 1923 si dedica alla pittura iscrivendosi al Art Students League di New York. Nel 1925, come illustratore freelance della National Police Gazzette, è inviato in un circo per realizzare schizzi e si appassiona a quel mondo. Nel 1926 tiene la prima mostra di dipinti all’Artist’s Gallery di New York dopodiché vola alla volta di Parigi. Nello stesso anno figurette umane e animali in filo di ferro e legno danno vita a un circo in miniatura, il primo dei suoi oggetti animati che per due anni costituiranno l’attrazione di Parigi. “Da piccolo – racconta – possedevo tanti giocattoli. Non ne ero soddisfatto e così li modificavo aggiungendo altri materiali…” Sempre a Parigi frequenta l’Académie de la Grande Chaumière e conosce Joan Mirò al quale rimarrà legato per tutta la vita. Nelle sculture, che sono universalmente riconosciute tra le espressioni artistiche più significative del secolo scorso, passa da un primo periodo astratto all’introduzione di elementi mobili. Nascono i cosiddetti mobiles (il termine fu coniato da Duchamp), forme statiche mosse dall’elettricità, dal vento o dalle correnti d’aria che sembrano mimare il soffio vitale dell’esistenza. Si possono citare Towers (mobiles da muro) e Gongs (mobiles sonori); produzioni aeree, leggere e spesso colorate, contrapposte a quelle fisse che prenderanno il nome di stabiles (il termine è di Arp), sculture statiche che tuttavia, abbellendo e adornando gli spazi pubblici, sviluppano una loro vitalità. Da ricordare la Fontana di Mercurio, realizzata nel ’37 per l’Esposizione Internazionale di Parigi, nella quale scorreva mercurio. Fra il 1932 e il 1950 presenta una lunga serie di mostre personali negli Stati Uniti, in Europa e nel Sud America. Sul finire degli anni cinquanta si dedica alle gouaches e inizia a ricevere molte commissioni pubbliche. Fra queste, importante la decorazione del nuovo edificio dell’Unesco, nel 1958, che vede lavorare fianco a fianco artisti di fama internazionale. Riceverà anche notevoli riconoscimenti come il Grand Prix National des Arts et des Lettres (1974) o la United Nations Peace Medal (1975). Sarà anche il primo grande artista americano ad essere insignito del Gran Premio di Scultura alla Biennale di Venezia nel 1952. Muore a New York nel 1976.

GIUSEPPE CAPOGROSSI (1910-1972)
Giuseppe Capogrossi nasce a Roma nel 1910. Compie studi classici e si laurea in Giurisprudenza nel 1922, dopodiché, avendo deciso di dedicarsi alla pittura, viene introdotto nello studio di Giambattista Conti dove svolge apprendistato di disegno e pittura. L’anno seguente passa alla Scuola di Nudo di Felice Carena, una delle più accreditate, realizzando figure morte e ritratti femminili. L’esordio in una mostra è del 1927, presso la Galleria Dinesen di Roma, con opere di piccolo formato. Tra il 1927 e il 1931 soggiorna spesso a Parigi, elaborando una pittura figurativa basata sulla ricerca di effetti luminosi e accostamenti di colore. Nel 1930 è ammesso alla Biennale di Venezia, nel 1932 espone sette quadri alla Mostra del Sindacato Regionale Fascista Belle Arti del Lazio. L’anno successivo, lui, Cavalli e Cagli, sono ospitati alla Galleria del Milione, epicentro dell’astrattismo italiano, come Gruppo dei nuovi pittori romani, stesso anno in cui redigono il Manifesto del Primordialismo Plastico. Negli anni tranta e quaranta, Capogrossi è riconosciuto dalla critica come uno dei protagonisti del rinnovamento della pittura romana, è presente alla Quadriennale di Roma, alla Biennale di Venezia, nonché in tre mostre internazionali: “The 1937 International Exhibition of Paintings” di Pittsburgh, nell’“Anthology of Contemporary Italian Painting” alla Cometa Art Gallery di New York e in una rassegna di arte italiana nell’Akademie der Kunste di Berlino. Sono gli anni in cui la sua pittura si accende di viola, rosso e arancio, la pennellata si anima e le forme divengono sempre più geometrizzate. Nel 1950, con scetticismo del pubblico e della critica, esordisce con la sua nuova produzione astratta alla Galleria del Secolo di Roma, mentre nel 1951 partecipa alla prima mostra del Gruppo Origine con Burri, Colla e Balocco, e si afferma come uno dei maggiori esponenti dell’informale. Nel 1971 riceve la medaglia d’oro per meriti culturali dal Ministero della Pubblica Istruzione e muore a Roma nel 1972. Due anni dopo, la Galleria d’Arte Moderna gli dedica una grande antologica.

ETTORE COLLA (1896-1968)
Ettore Colla nasce a Parma nel 1896. Dopo aver interrotto gli studi all’Accademia della sua città e aver compiuto viaggi a Roma, Vienna, Budapest e Parigi (dove frequenta  Bourdelle, Maillol, Brancusi), si stabilisce a Roma nel 1926. Qui lavora con Zanelli alla fabbrica dell’Altare della Patria ed espone in mostre collettive non solo nella capitale ma anche a Firenze, Napoli e Parigi. In questi anni la frequentazione di Mafai lo conduce ad una linea espressionista che abbandonerà poi per una forma arcaicizzante e monumentale più vicina alla linea novecentista. Nel 1930 partecipa alla Biennale di Venezia e due anni più tardi ottiene la cattedra di Scultura alla Scuola Superiore d’Arte di Roma. Seguono in questi anni commissioni importanti come quelle per il Palazzo dell’Agricoltura dell’EUR e per la Casa madre dei Mutilati di Roma, che mettono in evidenza una progressiva stilizzazione delle forme e un influsso neocubista. Nell’immediato dopoguerra, dopo aver interrotto l’attività scultorea si dedica alla pittura e all’organizzazione di eventi artistici. È consulente per la Galleria del Secolo e dal 1948 realizza i primi quadri astratti. Nascono smalti e collages che rivelano influssi di Mondrian e Capogrossi e che rimarranno una costante nella sua produzione. Nel 1950 è tra i fondatori del Gruppo Origine con Burri, Ballocco e Capogrossi. A partire dalla metà degli anni cinquanta sceglie definitivamente come materiale per le sue sculture il ferro. Darà vita ad assemblaggi ottenuti con materiale di recupero le cui valenze spirituali e mitiche vengono evidenziate da Emilio Villa sulle pagine di “Arti Visive”. Partecipa alla Quadriennale di Roma, alla “Rome-New York Art Foundation”, mentre una sua scultura viene rifiutata dalla Biennale di Venezia. Sono di questi anni Orfeo, Pigmalione, Stagione, Concerto, che denunciano un procedimento di riappropriazione di oggetti d’uso quotidiano basato sull’ironia e sulla volontà di trasformarli in segni, archetipi. Nel 1959 tiene una personale all’Institute of Contemporary Arts di Londra e negli anni successivi seguono le partecipazioni allo Stedelijk Museum di Amsterdam, al MoMA di New York, alla Biennale di Venezia. Negli anni sessanta la sua ricerca verte su un maggior purismo formale: interviene con segni minimi e lavora su elementi modulari, come i tubi con cui realizza opere monumentali. Nel 1967 nel corso della rassegna “Lo spazio dell’immagine”, a Foligno, viene allestita “Omaggio a Ettore Colla”: la mostra rende un giusto riconoscimento all’artista poco prima della sua morte che avviene a Roma l’anno successivo.

PIETRO CONSAGRA (1920-2005)
Piero Consagra nasce nel 1920 a Mazara del Vallo. Dopo aver studiato dal 1938 al 1944 all’Accademia delle Belle Arti di Palermo, si trasferisce a Roma, città che nel 1946 ospita la sua prima mostra collettiva. Lavora nello studio di Guttuso e Mazzacurati eleggendo la scultura a mezzo espressivo prediletto. L’anno seguente tiene la sua prima personale e partecipa alla creazione di Forma I. Con gli altri fondatori, Turcato, Dorazio, Perilli, Guerrini, Accardi, Sanfilippo, prepara il Manifesto del gruppo in cui si ribadisce la “libertà di essere ad un tempo marxisti e formalisti”. Nello stesso anno collabora all’organizzazione della prima mostra italiana di arte astratta presso l’Art Club e nel 1949 partecipa alla” Mostra di scultura contemporanea”organizzata da Peggy Guggenheim a Venezia. Sue personali hanno luogo, negli anni a venire, a Bruxelles, Parigi, Rotterdam, San Paolo, New York. Nel 1956 riceve il Premio Einaudi e nel 1960 il Gran Premio per la Scultura alla Biennale di Venezia. “Esprimere il ritmo drammatico della vita di oggi con elementi plastici che dovrebbero essere la sintesi formale delle azioni dell’uomo...” è la sua dichiarazione di poetica. Partito da una ricerca sui materiali come pietra, metallo, legno, si orienta verso una scultura quasi bidimensionale, in cui lo spessore si annulla fino a lamine sottili, mentre grande importanza assume l’effetto luminoso dei tagli. Personaggio eclettico, si dedica anche alla scrittura, in veste di critico e di collaboratore per riviste d’arte. Il legame con la Sicilia e il sud rimane sempre vivo, tanto che nel 1978 è promotore della Carta di Matera, un documento sulla salvaguardia dei centri storici, e nel 1981 realizza un’opera alta 24 metri per la ricostruzione del Belice. Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli conferisce la medaglia d’oro come Benemerito della Cultura e dell’Arte. Pietro Consagra muore il 16 luglio 2005 a Milano dove si era trasferito dal 1995.

ANTONIO CORPORA (1909-2004)
Antonio Corpora nasce a Tunisi nel 1909. Si trasferisce a Parigi dove si iscrive all’Accademia di Belle Arti e dove vi rimane fino al 1939. Si forma quindi nel clima delle avanguardie rimanendo influenzato soprattutto dall’opera di Cézanne, Picasso e Matisse. Frequenti saranno i viaggi e i soggiorni in Italia. Tiene infatti una mostra a Palazzo Bardi a Firenze, nel 1930, ed entra in contatto con il gruppo di astrattisti milanesi che ruota attorno alla Galleria del Milione, in cui espone nel 1934 e nel 1939. Nel 1937 compie un lungo viaggio attraverso il Sahara che gli ispirerà una serie di acquerelli in cui si mescolano memorie della terra natale e del viaggio. Scrive saggi sull’arte astratta e nell’immediato dopoguerra è in prima linea nell’affermare un rinnovamento della cultura artistica italiana accogliendo le istanze internazionali e mostrando insofferenza nei confronti della linea tradizionalista di Novecento. Per questo aderisce a Fronte Nuovo nelle Arti, nel 1946, con altri artisti animati dallo stesso sentire. Nel 1951 ottiene il Prix de Paris e nel 1952 entra a far parte del Gruppo degli Otto con cui esporrà alla Biennale di Venezia ottenendo il Premio della Giovane Pittura Italiana. Nello stesso anno tiene una personale alla Galerie de France, mentre Zervos gli dedicherà una monografia sui “Cahiers d’Art”. Anche la sua produzione risente ora di quel clima internazionale che va sotto il nome di informale, che egli però adatta alle esigenze personali. Nella seconda metà degli anni cinquanta stringe amicizia con il critico francese Pierre Restany e riceve riconoscimenti importanti come il Premio alla Quadriennale romana del ’55 e sale personali alle Biennali di Venezia del ’56, ’60, ’62 e ’66. Seguono personali in tutto il mondo: Berlino, New York, Oslo, Tokio. Nel 1968 la Biennale di Venezia gli conferisce il primo premio. Negli anni seguenti l’opera di Corpora, che si distacca ormai dalle linee dell’informale per indirizzarsi verso un’automatismo di ordine mentale, è apprezzata a livello internazionale. Nel 2003 riceve il Premio Presidente della Repubblica e viene nominato accademico di San Luca. Muore l’anno successivo lasciando una parabola creativa che abbraccia quasi tutto il Novecento, spaziando dal figurativo all’espressionismo astratto, ma mantenendo sempre centrale l’attenzione particolare alla sensibilità cromatica e luministica.

WILLEM DE KOONING (1904-1997)
Nato nel 1904 a Rotterdam, dal 1916 al 1925 si divide tra studi serali all’Academie van Beeldende Kunsten en Technische Wetenschappen di Rotterdam e attività di apprendista in un’industria di oggetti d’arte. Nel 1926 si trasferisce negli Stati Uniti dove diventerà amico di John Graham, Stuart Davis e Arshile Gorky. Negli anni trenta entra nel progetto roosweltiano del WPA. Nel 1938 inizia uno dei temi che diventeranno ricorrenti nella sua arte, la serie violenta e grottesca delle Donne, in cui utilizza un impasto corposo dai forti contrasti cromatici. Negli anni quaranta espone in collettive insieme ad altri artisti che daranno origine alla Scuola di New York. Il gruppo, seppure con stili diversi, è accomunato dal bisogno di rivendicare radici autonome rispetto al primato della cultura artistica europea ancora imperante. La sua prima personale è del 1948 alla Egan Gallery di New York, con opere astratte in bianco e nero. Insegna al Black Mountain College entrando in contatto con il musicista John Cage, e dal ’50 al ’51 alla Yale School di New Haven. Nel ’59 in Italia frequenta lo studio di Afro con cui allaccia una sincera amicizia. Nel decennio successivo l’artista si esprime soprattutto attraverso paesaggi urbani e rurali, mentre negli anni sessanta realizza una nuova serie di Donne. Nel 1968, per la prima volta ritorna nella natia Olanda per una retrospettiva in suo onore allo Stedelijk Museum di Amsterdam. L’anno seguente è a Roma dove nascono le prime sculture, dapprima in argilla e poi in bronzo, che diverranno figure a grandezza naturale negli anni 1970-71. Il Walker Art Center di Minneapolis allestisce nel 1974 una mostra itinerante negli Stati Uniti, mentre il Guggenheim di New York gli dedica una rassegna nel 1978. L’anno successivo de Kooning riceve il premio Andrew W. Mellon che gli consentirà una mostra al Museum of Art, Carnegie Institute, di Pittsburgh. Si spegne il 19 marzo 1997 nel suo studio di Springs dove si era trasferito dal 1963.

PIERO DORAZIO (1927-2005)
Piero Dorazio nasce a Roma nel 1927 e fin dagli anni quaranta si avvicina alla pittura. Nell’immediato dopoguerra partecipa attivamente al dibattito artistico e culturale proponendo un rinnovamento sociale ed aderendo prima al Gruppo Arte Sociale e poi, nel 1947, a Forma 1. Nel 1949, insieme a Perilli, Consagra, Guerrini, Prampolini e altri, organizza la “Prima Esposizione Nazionale di Arte Astratta”. I viaggi a Parigi, in Belgio e in Olanda gli consentono l’approfondimento del neoplasticismo, la conoscenza di Braque, Leger, Magnelli, Vassarey e alcuni artisti del gruppo surrealista. Nel 1950, assieme a Perillli e Guerrini apre la Galleria-Libreria “L’Age d’Or”, punto di incontro per artisti e attiva organizzazione di eventi grazie ai contatti con l’Art Club e poi con il gruppo Origine. Nel 1952 partecipa alla Biennale di Venezia e l’anno successivo è invitato, negli Stati Uniti dalla Harward University per corsi e conferenze. Qui ha modo di conoscere alcuni esponenti dell’espressionismo astratto oltre a Duchamp, il collezionista Castelli, il critico Greenberg e l’architetto Kiesler. Ha luogo anche la sua prima personale a New York. Al rientro in Italia la sua ricerca verte su nuovi materiali dando vita a sculture in metallo e successivamente si dedica al colore che diviene l’oggetto di studio principale delle sue opere. Ottiene in questi anni la direzione della facoltà di Belle Arti all’University of Pennsylvania, che terrà fino al ‘63 e presso la quale fonderà l’Institute of Contemporary Art. È invitato a partecipare alla fondazione del Gruppo Zero e alla mostra “Nove Tendencije” di Zagabria, nella quale sono presenti gruppi che agiscono nell’ambito dell’arte visuale-cinetica. Nel 1965 prende parte alla mostra “The Responsive Eye” che si tiene al MoMA di New York e che offre un’ampia panoramica delle tendenze optical a livello internazionale. Negli anni settanta sospende l’insegnamento, si dedica anche alla scenografia, mentre la sua pittura assume il grande formato e il colore è steso in bande verticali. Alla fine del decennio vari musei sia americani che europei curano antologiche sulla sua produzione, nel 1985 è presente anche a Tokio e successivamente a Osaka, mentre il suo lavoro viene riconosciuto a livello europeo: diviene membro dell’Accademia di San Luca e dell’Akademie der Kunste di Berlino, ottiene il Prix Kandinski, il Premio internazionale della Biennale di Parigi e il Premio Michelangelo dell’Accademia dei Virtuosi. Nel 1993 è l’ideatore del progetto per i mosaici all’interno della metropolitana di Roma a opera di artisti internazionali. Muore nel 2005.

LUCIO FONTANA (1899-1968)
Lucio Fontana nasce nel 1899 a Rosario di Santa Fè, in Argentina, da padre italiano e madre argentina. All’età di sei anni si trasferisce a Milano e già nel 1910 inizia l’apprendistato artistico nello studio del padre, scultore. Dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale come volontario, si iscrive all’Accademia di Brera, ma nel 1912 ritorna in Argentina dove inizia una sua autonoma attività. Nel 1928, tornato in Italia, riprende gli studi accademici seguendo i corsi di Wildt, che terminerà nel 1930. A partire da questo periodo la sua ricerca è caratterizzata da una produzione multiforme che spazia dal figurativo all’astratto utilizzando gesso, terracotta e mosaico. È in contatto con vari gruppi sia nazionali che stranieri come Abstraction-Creation a Parigi, Corrente a Milano. Partecipa a numerose mostre: alla Galleria del Milione, dove a partire dagli anni trenta realizza varie personali, alla Triennale di Milano, alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale di Roma ricevendo il consenso di numerosi critici. Nel 1935 inizia l’attività di ceramista ad Albissola e l’anno successivo alla Manifattura di Sèvres. Del ’37 è il suo viaggio a Parigi per la realizzazione di sculture destinate all’Esposizione Internazionale; nella capitale francese ha modo di incontrare Mirò, Tzara, Brancusi. Dal 1940 si trasferisce a Buenos Aires dove insegna presso l’Accademia di Belle Arti. Dalla frequentazione dell’ambiente artistico d’avanguardia nasce l’idea di fondare l’Accademia di Altamira nel 1946 e il Manifiesto Blanco dello stesso anno. Tornato a Milano nel 1947 prosegue la sua ricerca che sfocia nel I Manifesto dello Spazialismo (ne seguiranno molti altri), nelle sue prime “sculture spaziali”, nell’Ambiente a luce nera. Con il ciclo dei “buchi”, nel 1949, approda a una nuova realizzazione della terza dimensione e alla nascita dei famosissimi “concetti spaziali”. Gli anni cinquanta vedono una continua sperimentazione che darà vita a vari cicli tra cui quello delle “pietre”, dei “gessi”, dei “tagli”,dei “quanta”, delle “nature”. Negli anni sessanta nascono gli “olii”, mentre un viaggio a New York lo orienta verso l’utilizzo di lastre in ottone o acciaio. Del ‘63 è la famosissima serie della Fine di Dio, grandi ovali monocromi con squarci. Mentre la sua creatività spazia verso nuove produzioni sperimentando anche la scenografia, ottiene il primo premio per la Pittura alla Biennale di Venezia del 1966. Muore nel 1968 a Comabbio, in provincia di Varese, dove si era da poco trasferito.

NINO FRANCHINA  (1912-1987)
Nino Franchina nasce a Palmanova (UD) da genitori siciliani nel 1912, pochi mesi dopo la famiglia torna in Sicilia. Nel 1934 si diploma all’Accademia di Belle Arti di Palermo, e nello stesso anno, con un gruppo di giovani artisti siciliani – Guttuso, Barbera e Lia Pasqualino Noto - espone nella Galleria Il Milione a Milano, dando così vita al “Gruppo dei Quattro”. Nel 1939 sposa Gina, figlia del pittore Gino Severini, a Roma. Lo stretto legame con Severini pone le basi per una visione dell’arte che lo porterà ad esplorare le possibilità astratte della materia. Partecipa alla III Quadriennale di Roma, e nel mese di dicembre viene inaugurata la II mostra di “Corrente” alla Galleria Grande di Milano, la più ampia esposizione nazionale non ufficiale. Nel 1943 inaugura la sua prima mostra personale, presso la Galleria Minima di Via del Babuino. L’anno trova uno studio a Via Margutta, dove si trasferirà definitivamente. Rientrato a Roma dopo l’estate passata in Sicilia, realizza la scultura Sammarcota (1947) che segna una decisa svolta nella sua arte, verso una stilizzazione delle forme fino alla finale astrazione con Immagini dell’uomo (1948). Va a Parigi dove espone al Salon d’Automne e dove rimane per un periodo, pur tornando in Italia a mostrare le sue opere. Nel 1947 a Milano inaugura la I Mostra del Fronte Nuovo delle Arti, nella Galleria della Spiga, in cui Franchina presenta le sue ultime creazioni. Nel 1948 viene invitato alla XXIV Biennale di Venezia con il Fronte Nuovo delle Arti, dove espone opere in gesso, oggi distrutte.
Con gli anni ’50 inizia per Franchina un periodo di collaborazione con il mondo automobilistico, e lavora alle sue sculture in una carrozzeria a Bolzano. Alla XXVI Biennale di Venezia del 1952 partecipa con le ultime sculture in lamiera policroma, per prima Ala rossa (1951), che diventerà quasi un manifesto di questo periodo creativo legato allo slancio delle forme, raccogliendo la lezione di Brancusi. Nuovamente alla XXVII Biennale di Venezia espone Metallurgica (1953) e Aerodinamica (1953), concludendo così questa prima fase di esplorazione delle linee sagomate dal vento. Parteciperà ancora alle Biennali di Venezia, negli anni 1958, 1966 e 1972, con sale personali. Importanti esposizioni internazionali invitano le sue opere, nel 1953 la II Biennale di Anversa, nel 1955 la I Biennale di Alessandria d’Egitto e la VII Quadriennale di Roma, nel 1957 la IV Biennale di San Paolo del Brasile. Nel 1959 espone Ala rossa e Nike (1958) alla II Dokumenta di Kassel, insieme ad altri artisti contemporanei tra cui Afro, Smith, Burri, Kline, Pollock, Matta. Inizia a lavorare anche ad opere di grandi dimensioni, tra cui realizza presso le officine Italsider di Cornigliano la Commessa 60124 per la Fiera di Genova, oggi distrutta. La grande Spoleto 62 viene posta davanti al municipio di Spoleto per la mostra “Sculture nella città”. Nel 1971 espone alla Galleria Toninelli Arte Moderna di Roma Roncisvalle (1970) opera che chiude il periodo di sculture ispirate alle gesta dei Paladini di Francia. L’anno dopo partecipa alla IX Exposition Internationale de Sculpture Contemporaine presso il Musée Rodin di Parigi. A Gubbio, nel 1975, gli viene dedicata un’esibizione antologica “Trent’anni di scultura 1945-1975”, nelle sale del Palazzo dei Consoli per la VII Biennale d’Arte del Metallo. Nel 1982 a Cortona, sua città d’adozione e città natale di Gino Severini, viene alzata nel cortile di Palazzo Casali, sede del Museo dell’Accademia Etrusca, la Grande Araldica una scultura alta più di 6 metri, per l’inaugurazione della mostra personale che viene dedicata allo scultore, e che recentemente è tornata nel sito per cui Franchina l’aveva creata dopo un lungo restauro. Le ultime opere, i Libri del Ferro, manifestano il profondo legame con l’arte della scrittura, sono esposte alla XI Quadriennale di Roma nel 1986. Muore a Roma nel 1987.

SAM FRANCIS (1923-1994)
Sam Francis nasce nel 1923 a San Matteo, in California. Lo scoppio della seconda guerra mondiale lo porta a interrompere i suoi studi e ad arruolarsi nell’Aeronautica Militare come pilota. In seguito a un incidente, è costretto a un lungo ricovero durante il quale adotta la pitturacome terapia. Tra il 1945 e il 1946 riprende a studiare presso la California School of Fine Arts di San Francisco e l’anno seguente realizza il suo primo dipinto astratto. Continua poi la carriera universitaria a Berkeley laureandosi in storia dell’arte. Nel 1950 si trasferisce a Parigi, dove nel 1952 tiene la sua prima personale alla Galerie du Dragon. La sua pittura è realizzata attraverso campiture di colori luminosi, spesso adottando la tecnica del dripping ma in modo lontano dalla violenza degli espressionisti astratti. Nel 1955 presso la Kunsthalle di Berna espone sette dipinti alla mostra “Tendances Actuelles”. L’anno successivo prende parte all’esposizione “12 Americans” al MoMA di New York. Nel 1957 compie un lungo viaggio che lo porta in Messico e soprattutto in Giappone. Le pratiche orientali infatti influenzano le sue ricerche. Giunge all’uso di sottili strati di colore alternati a vasti spazi vuoti, rivelando una concezione quasi mistica e contemplativa della pittura. Nel 1959 torna negli Stati Uniti e si stabilisce a New York. Partecipa a Documenta II di Kassel e alla Biennale di San Paolo del Brasile. Seguono altre importanti partecipazioni: nel 1961 ad “Arte e Contemplazione” a Venezia e al Guggenheim di New York con “Abstract Expressionists and Imaginists”. Nel 1963, oltre a realizzare un’altra delle sue serie di litografie a colori, allarga gli interessi alla scultura e alla stampa. Nel 1966 prende parte a “Six in Sarasota” al Ringling Museum. A partire dal 1987, inoltre, è autore di una serie di grafiche, acqueforti e acquetinte di grandi dimensioni. Muore in California nel 1994, dopo aver donato dieci dipinti, realizzati tra il 1951 e il 1992, al MOCA di Los Angeles.

FRANCO GENTILINI (1909-1981)
Franco Gentilini nasce a Faenza nel 1909. Dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Bologna compie soggiorni prima a Roma poi a Parigi. Si trasferisce stabilmente a Roma nel 1932, dove entra in contatto con gli esponenti della Scuola Romana. La sua pittura improntata ai temi della natura morta, del ritratto, delle vedute di monumenti famosi è pervasa di suggestioni primitiviste e surrealiste. Collabora anche con riviste come “Domenica”, “La Fiera Letteraria” e “Quadrivio”, fornendo le illustrazioni per racconti e romanzi. La sua prima personale ha luogo nel 1933 alla Galleria di Roma, mentre del 1935 è la sua prima partecipazione alla Quadriennale romana con Ritratto e Giovani in riva al mare. Seguono altre partecipazioni importanti quali la Mostra del Sindacato Fascista di Belle Arti del Lazio e la Biennale veneziana. La sua ricerca approda a uno stile che rivela una certa vicinanza alla liricità fantastica di Chagall e alla linea fortemente espressiva di Ensor. Illustra con sensibilità e ironia la Roma popolana: ragazze di quartiere, fruttivendoli, saltimbanchi, fino alle famose cattedrali. Gli anni quaranta vedono infittirsi anche la produzione grafica e la collaborazione a riviste come “Primato” e “Documento”; importante sarà inoltre l’incontro e l’appoggio del collezionista e mercante Carlo Cardazzo che promuoverà la sua opera sia in Italia che all’estero. Negli anni cinquanta le sue tele virano a un maggior naturalismo e realismo. Sempre in questi anni si intensificano le partecipazioni a eventi internazionali: presenta le sue opere a New York, Parigi, Chicago, Toronto, Caracas, Londra oltre che in Italia. Nel 1955 ottiene la cattedra di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma e la carica di Accademico di San Luca. Si spegne a Roma nel 1981.

ARSHILE GORKY (1905-1948)
Con il vero nome di Vosdanik Mabukn Adoian, nasce 1904 in Armenia. La famiglia è costretta a vivere da profuga per le persecuzioni operate da parte del governo turco. Un primo evento tragico che segna la sua vita è la morte della madre avvenuta nel 1919 a causa delle privazioni patite e l’anno seguente Gorky si trasferisce con il padre negli Stati Uniti. Dal 1922 comincia a insegnare alla New School of Design di Boston. Tre anni dopo si stabilisce a New York, prendendo il nome di Arshile Gorky. Studia alla Grand Central School of Art e nel giro di poco tempo entra a far parte del corpo accademico. Se agli esordi la sua pittura si ispira a un realismo intimista, negli anni venti subisce l’influsso di Cézanne, Braque e soprattutto di Picasso. Nel 1930 partecipa a una mostra collettiva al MoMA di New York, nel 1931 allestisce la sua prima personale alle Mellon Galleries di Filadelfia e dal 1935 al 1937 lavora per il WPA Federal Art Project realizzando i murali ideati per l’aeroporto di Newark. È del 1938 la prima personale a New York, presso le Boyer Galleries. In questo periodo nasce la sua amicizia con artisti del calibro di Stuart Davis e Willem de Kooning; mentre negli anni quaranta il legame instauratosi con Mirò, Masson e Matta lo orienta verso il surrealismo. A casa dell’ultimo dei tre, secondo la tradizione, si sarebbe creata una vera e propria scuola per introdurre al surrealismo pittori come Motherwell, Pollock e appunto Gorky. Giungerà così a un linguaggio di segni in cui forme organiche vitalistiche animate da un colore luminoso e vibrante traducono il teso rapporto fra immagini del subconscio e quelle naturali. Nel ’48 una serie di eventi sfortunati esasperano il suo stato di depressione e lo spingono al suicidio che avverrà il 21 luglio a Sherman, nel Connetticut. I suoi lavori sono approdati a Roma, alla Galleria dell’Obelisco nel 1957, a opera di Afro che rimase molto colpito dalla raffinatezza del suo stile, mentre la Biennale di Venezia gli ha dedicato una retrospettiva nel 1962 e la Fondazione Guggenheim, sempre nella città lagunare, una rassegna monografica nel 1992.

PHILIP GUSTON (1913-1980)
Philip Guston, il cui vero cognome era Goldstein, nasce nel 1913 a Montreal da una famiglia ebrea originaria dell’Ucraina. Si trasferisce nel 1917, a Los Angeles dove si iscrive alla Manual Arts High School. Viene però cacciato, assieme all’allora compagno di classe e poi di professione Jackson Pollock, perché accusato di aver diffuso dei manifesti satirici. Passa quindi nel 1930 all’Otis Art Insitute, anche se preferisce lo studio dell’arte come autodidatta. In quegli anni si interessa alla pittura rinascimentale italiana e poi a quella di Picasso e de Chirico, che influiranno sulla sua produzione. Attratto soprattutto dalla pittura murale di Siquieros e Orozco, nel 1934 si reca in Messico. Due anni dopo si trasferisce a New York e lavora al WPA per quattro anni. Influenzato dall’ambiente artistico della città, nel dopoguerra passa all’adozione di un linguaggio astratto. L’aver visto le immagini della Shoah lo induce a scegliere moduli espressivi più efficaci, in grado di esprimere liberamente le proprie emozioni sulla tela. Si inserisce quindi nell’ambito dell’espressionismo astratto e tiene alcune mostre personali alla Sidney Janis Gallery. Nel 1960 la XXX Biennale di Venezia gli dedica una retrospettiva e nel 1961 espone con Franz Kline alla Dawn Gallery di Los Angeles. Nel 1966 partecipa alla mostra “6 artists in Sarasota” presso il Ringling-Museum di Sarasota insieme ad Afro, Marca-Relli, Brooks e Rivers oltre che Syd Solomon. Alla fine degli anni sessanta torna, influenzato dalla pop art, alla pittura figurativa adottando un’iconografia provocatoria che tratta con ironia gli eventi contemporanei, dal Ku Klux Klan alla guerra in Vietnam. È in questo periodo che emerge maggiormente la sua radice ebraica, e immagini di indumenti laceri e vecchie scarpe logore diventano simboli delle persecuzioni. Si spegne nel 1980 nella sua residenza di Woodstock.

RENATO GUTTUSO (1911-1987)
Renato Guttuso nasce a Bagheria nel 1911. Gli acquerelli del padre lo stimolano sin da giovanissimo verso l’attività artistica che risente agli esordi delle forti sollecitazioni della terra d’origine. Il paesaggio siciliano gli fornisce un repertorio tematico e cromatico particolare unito però agli influssi dei pittori francesi ottocenteschi e a quelli contemporanei. Importante sarà la frequentazione dello studio del pittore Pippo Rizzo e l’ambiente artistico palermitano che lo condurrà alla prima mostra collettiva del 1928 e più tardi alla formazione del Gruppo dei Quattro (Giovanni Barbera, Nino Franchina, Lia Pasqualino Noto). Dal 1929 inizia la sua collaborazione a riviste e giornali in cui già emergono quello spirito polemico nei confronti del Regime e il forte impegno politico che affioreranno prepotentemente negli anni successivi. Nel 1931 prende parte alla Quadriennale di Roma e frequenta gli artisti della Scuola Romana come Mafai, Cagli, Fazzini, Mirko e Afro. Alla fine degli anni trenta si trasferisce definitivamente a Roma trasformando il suo studio in uno dei centri culturali più vitali della capitale. Negli anni quaranta, dopo essersi iscritto al Pci, il suo impegno politico si traduce in maniera più evidente sulle sue tele. Ottiene il secondo posto al Premio Bergamo nel1942 con Crocifissione, una delle sue opere più importanti. In questi anni inizia anche l’attività di scenografo e di critico che continuerà per tutta la vita. Dal ’43 partecipa alla Resistenza di cui rimane un’indelebile prova con la serie di disegni Gott mis Uns. Nell’immediato dopoguerra partecipa a Fronte Nuovo nelle Arti, un movimento di artisti con l’obiettivo di unire l’impegno politico alla ricerca artistica. Le sue opere sono testimonianze di vita quotidiana in cui sempre presente è il tema sociale. Mentre si susseguono riconoscimenti e partecipazioni a livello europeo (Varsavia, Londra, Mosca, Amsterdam), nel 1966 insegna all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 1968 è “visiting professor” alla Hochschule fur Bilden Kunste di Amburgo. Nel 1971 riceve dall’Università di Palermo la laurea Honoris Causa. Negli anni ottanta vedono la luce anche importanti e monumentali affreschi come quello per la cappella di Sacromonte a Varese e al Teatro Vittorio Emanuele di Messina. Si spegne a Roma nel 1987.

HANS HOFMANN (1880-1966)
Hans Hofmann nasce a Weissenberg in Baviera nel Nato in Baviera nel 1880, cresce a Monaco dove nel 1989 inizia la sua educazione artistica seguendo corsi in varie scuole. Aiutato da un collezionista d’arte di Berlino, Philip Freudenberg, dal 1904 si stabilisce a Parigi per una decina di anni. Qui frequenta l’Académie Colarossi e l’Académie de la Grande Chaumière. Entra in contatto con i principali esponenti del cubismo come Braque, Picasso e Delaunay, soprattutto quest’ultimo indirizzerà il suo interesse verso la componente cromatica. Durante questo periodo cubista inizia a esporre, a Berlino, nel 1909 con la Neue Sezession e l’anno dopo, nella stessa città, viene allestita la sua prima personale alla Galerie Paul Cassirer. Lo scoppio della guerra lo coglie a Monaco. Essendo stato escluso dal servizio militare per problemi respiratori, resta in quella città dove apre una scuola d’arte che riscuote un grande successo. Nell’estate del 1930 si reca in California per insegnare all’Università di Berkeley; l’anno dopo allestisce la sua prima mostra d’oltreoceano, a San Francisco. Nel 1932 decide di stabilirsi definitivamente in America dopo aver chiuso la scuola di Monaco. Ne aprirà una a New York, nel ’33, e nell’anno successivo fonderà la Hans Hofmann School of Fine Arts. La presenza di Hofmann negli Stati Uniuti come di altri artisti europei che giungeranno soprattutto alla fine degli anni trenta, in seguito all’instaurarsi dei regimi totalitari, sarà feconda di influssi importanti per la nuova generazione di artisti americani. Nel 1935 apre a una scuola estiva a Provincetown, nel Massachussetts. Nello stesso anno si riaccosta alla pittura, dopo un lungo periodo di abbandono dedicato esclusivamente al disegno. Si tratta di opere che combinano struttura cubista, colore acceso e tratto deciso. Risalgono invece agli anni quaranta le produzioni che possono definirsi completamente astratte. Nel 1941 prende la cittadinanza americana e nel 1944 si svolge la sua prima personale a New York nella celebre galleria Art of this Century di Peggy Guggenheim. Nel 1958, chiuse le sue scuole, fa della pittura la sua attività a tempo pieno. Hofmann muore a New York il 17 febbraio 1966.

FRANZ KLINE (1910-1962)
Franz Kline nasce a Wilkes-Barre, Pennsylvania nel 1910. Iscritto alla Boston University, dal 1931 al 1935, segue anche dei corsi di arte alla Art Students League. Nel 1936, trasferitosi a Londra, frequenta la Heatherly’s Art School. Tre anni dopo, lasciata la capitale londinese si stabilisce a New York e da allora fino alla metà degli anni quaranta dipinge vedute della città e dei luoghi della sua infanzia. Gli vengono commissionati murali e ritratti soprattutto dai suoi mecenati il Dr. Theodore J. Edlich Jr e I. David Orr che con la loro generosità gli permettono un libero apprendistato. Nel '43 incontra de Kooning nello studio di Marca-Relli e fa anche la conoscenza di Jackson Pollock. È il periodo in cui Kline sviluppa un interesse per l’arte giapponese, l’astrazione e le sue possibilità espressive che lo inducono ad accantonare l’uso del colore e a fare ricorso al bianco e nero. La traccia nera incisa sulla candida superficie è una proiezione dell’inconscio; si tratta di una pittura gestuale in cui il segno è un’espressione negativa, di rivolta nei confronti della società americana. Nel 1950 alla Egan Gallery di New York si tiene la sua prima mostra personale. Grazie alla partecipazione al Ninth Street Show e ad American Vanguard Art for Paris Exhibition viene celebrato come uno dei maggiori esponenti dell’emergente espressionismo astratto. A metà degli anni cinquanta un cambiamento di rotta lo riaccosta al colore e Sidney Janis, divenuto il suo gallerista di riferimento, gli organizza varie mostre tra il 1956 e il 1961. La prima personale in Europa è proprio in Italia, presso la Galleria La Tartaruga di Roma che precede quella tenutasi a Milano alla Galleria del Naviglio, nel 1958. In Italia viaggia per circa un mese in occasione della partecipazione alla Biennale di Venezia del 1960. Tutto il decennio che precede la sua morte lo vede vincitore di premi prestigiosi nonché presente alle mostre internazionali più importanti: The New Decade:35 American Painters and Sculptors al Whitney di New York nel ’55, 12 Americans al MoMA di New York nel ‘56, The New American Painting nel ’58 itinerante in Europa. Scompare a New York il 13 maggio 1962, anno in cui la Gallery Modern Art gli dedica una rassegna commemorativa.

LEONCILLO LEONARDI (1915-1968)
Leoncillo nasce a Spoleto nel 1915. Frequenta l’Istituto d’Arte a Perugia, poi nel 1935 si trasferisce a Roma dove frequenta gli artisti della Scuola Romana che influenzano la sua produzione verso uno stile neobarocco ed espressionista. Nel 1939 a Umbertide sperimenta la ceramica, materiale che eleva ad arte “alta” facendone l’interlocutore principale della sua produzione. Negli anni quaranta l’esperienza della Resistenza e il linguaggio picassiano portano a un mutamento nell’opera di Leocillo. Nel 1940 è chiamato da Giò Ponti alla Triennale di Milano, mentre dopo la Liberazione partecipa con Cagli, Guttuso, Mafai, Mirko e altri alla mostra “Arte contro la barbarie”, a Roma, vincendo il primo premio. Nel 1947 aderisce a Fronte Nuovo nelle Arti e l’anno successivo è alla Biennale di Venezia e alla Mostra d’Arte Contemporanea a Palazzo Re Enzo di Bologna. Nel 1949 Roberto Longhi cura la sua prima personale a Firenze, alla Galleria del Fiore. A metà degli anni cinquanta la sua fama cresce, partecipa agli eventi artistici più importanti anche a livello internazionale lasciando un’impronta del tutto personale nell’ambito del linguaggio informale. La materia viene indagata sia dall’interno che dall’esterno tendendo a un equilibrio fra mondo organico in libera crescita e coscienza storica di una forma plasmata dall’uomo. Partecipa alla Biennale di Scultura di Anversa, alla Quadriennale di Roma, alla Biennale di Alessandria d’Egitto e a quella di San Paolo del Brasile. Nel 1960 presenta alla Biennale di Venezia i “tagli”, elementi informi tagliati con un filo, in grès e in terracotta. Nel 1962 riceve il Premio Nazionale della Ceramica della città di Gubbio, mentre un attentato distrugge il suo Monumento alla partigiana veneta realizzato nel 1955. Nel 1965 partecipa alla collettiva “Arte e Resistenza in Europa” a Torino e nel ’66 entra nella redazione della rivista “Qui Arte Contemporanea”. Muore a Roma nel 1968 dopo aver allestito una sala personale alla Biennale di Venezia e alla Biennale della Ceramica di Gubbio.

MARIO MAFAI (1902-1965)
Mario Mafai nasce a Roma nel 1902 e muore nel 1965. La sua formazione artistica si compie presso la Scuola libera del nudo all’Accademia di Belle Arti e si arricchisce con la frequentazione della biblioteca di Storia dell’Arte di Palazzo Venezia. Importante in questi anni è la conoscenza di Scipione e di Antonietta Raphaël (che diverrà sua moglie) con i quali darà vita alla cosiddetta Scuola Romana a cui si aggiungerà lo scultore Mazzacurati. Il fulcro della loro attività diviene lo studio di Mafai in Via Cavour, ben presto luogo di incontri e discussioni fra gli intellettuali romani come Falqui, Ungaretti, Libero De Libero. La mostra d’esordio di Mafai è organizzata dall’Associazione Artistica Nazionale di Via Margutta, nel 1927, segue la XCIV Mostra degli Amatori e Cultori di Belle Arti in cui emerge un tratto fortemente espressionistico dai toni scuri e tenebrosi. Gli anni trenta sono per Mafai momento di lavoro intenso e l’inizio dei primi riconoscimenti. Partecipa alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale Romana, alla mostra itinerante “Exhibition of Contemporary Italian Painting” negli USA. Tiene inoltre mostre nelle Gallerie Della Cometa, Grande e Barbaroux. Le Leggi razziali, che colpiscono la moglie, lo costringono a rifugiarsi a Genova nel 1939. In questo periodo conosce Birolli, Manzù, Guttuso e Sbarbaro. Nel 1940 vince il Premio Bergamo e nel 1944 partecipa alla mostra “Arte contro la barbarie” alla Galleria di Roma. Si iscrive al P.C.I. e si schiera a favore di una pittura di forte impegno politico e sociale. La fine degli anni ’40 e gli inizi dei ’50 sono densi di riconoscimenti e partecipazioni importanti mentre la sua ricerca approda ad un linguaggio che si allontana dal figurativo e si accende di raffinati cromatismi. Documentano tale percorso le opere esposte in una serie di mostre che si susseguono alla Galleria La Tartaruga di Roma, Blu di Milano, La Bussola di Torino e alla Biennale di San Paolo del Brasile. La sua ultima personale è allestita alla Galleria L’Attico di Roma nel 1964 un anno prima della morte.

CONRAD MARCA-RELLI  (1913-2000)
Conrad Marca-Relli nasce a Boston nel 1913 da genitori italiani. Si trasferisce quattordicenne a New York, dove frequenta la scuola d’arte privata dell’italiano Onorio Ruotolo maturando un interesse per l’arte rinascimentale italiana e realizzando le sue prime pitture intorno ai diciassette anni. Nel 1930 si iscrive ai corsi d’arte del Cooper Union Institute. Dal 1935 al 1938 lavora al progetto statale del WPA avendo così modo di conoscere Kline e de Kooning e di mutare radicalmente la sua visione della pittura. Dal ’44 al ‘47 si stabilisce a Birdcliff Woodstock dando origine a una produzione pittorica influenzata dal surrealismo e dalla metafisica. Terminata la guerra, torna a New York e tiene la sua prima mostra personale alla Niveau Gallery. Nel 1948 si trasferisce a Roma, dove ha modo di conoscere Afro con cui stringe una profonda amicizia. Nel 1949, nuovamente a New York, fonda insieme ad altri artisti il Club of Eight Street e due anni dopo partecipa, aiutato anche da Leo Castelli, all’organizzazione di una collettiva autogestita, la “Nine Street Show”, una rassegna sull’espressionismo astratto. Le sue opere, pur evidenziando una forte componente gestuale ricca di tensione fra campi cromatici e materici, non abbandona mai completamente la figurazione. Nella seconda edizione del 1953 espone i suoi primi collages che verranno poi esibiti anche nei musei Guggenheim e Withney, oltre che al Metropolitan e al MoMA. Sono gli anni in cui riceve un crescente riconoscimento, tanto che nel 1954 vince la Logan Medal dell’Art Institute of Chicago. Nel frattempo si è trasferito a East Hampton dove è vicino di casa di Pollock, con il quale stringe una forte amicizia. Nel 1955 è presente alla Biennale di Venezia, nel 1959 alla Galleria La Bussola di Roma assieme ad Afro, Matta, Turcato, Scialoja e Corpora, e nel 1959 a Documenta II di Kassel. Nel 1961 è a Düsseldorf con Motherwell e nel 1962 alla “Abstrakte Amerikanische” di Darmstadt. Entra a far parte dei 6 artists in Saratosa, nel 1966, con Afro, Solomon, Brooks, Guston e Rivers e l’anno successivo il Whitney Museum gli dedica una importante retrospettiva. Gli anni settanta e ottanta lo vedono viaggiare nelle maggiori capitali europee e nel 1997 si trasferisce in Italia. Muore a Parma il 29 agosto del 2000, anno in cui il Mathildenhöhe di Darmstadt lo celebra con una retrospettiva.

MARINO MARINI  (1901-1988)
Marino Marini nasce a Pistoia nel 1901. La sua formazione si compie presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze ma è influenzata anche dalle sollecitazioni delle avanguardie europee che ha modo di conoscere nel corso del suo viaggio a Parigi, nel 1919. Dal 1922 indirizza la sua attività alla scultura dopo aver sperimentato anche la pittura e la grafica. Nel 1926 si trasferisce a Firenze, l’anno successivo prende parte alla III Esposizione Internazionale delle Arti Decorative a Monza. Qui conosce Arturo Martini a cui succederà nella cattedra di Scultura alla Scuola d’Arte di Monza. Nel ‘30 e ’31 è di nuovo a Parigi dove entra in contatto con gli esponenti di quel sincretismo artistico che va sotto il nome di Ecole de Paris: Picasso, Braque, Laurens, Campigli, de Chirico, Severini, Tanguy, Kandinski, Gonzales. Nel frattempo prende parte a varie edizioni della Biennale veneziana e a mostre collettive di Novecento. Alla Quadriennale romana del ’35 ottiene il primo premio e all’Esposizione Universale di Parigi vince il Grand Prix. In questi anni nella sua produzione introduce il tema delle Pomone, divinità etrusche della fertilità a cui aggiungerà quello del Cavaliere. Si tratta di temi tratti dal repertorio etrusco e nord europeo reinterpretati però con tecniche e spirito moderni. Dopo aver insegnato all’Accademia Albertina di Torino (1940) e in quella di Brera si trasferisce a Tenero, vicino a Locarno. Il 1948 è un anno importante per Marini che ottiene una sala personale alla Biennale di Venezia e conosce Henry Moore, con cui stringerà una profonda amicizia. Inizia anche una proficua collaborazione con il mercante d’arte Curt Valentin, titolare della Bucholz Gallery di New York ed entra in contatto con Peggy Guggenheim. Gli anni seguenti vedono Marini impegnato nella mostra “Twentieth Century Italian Art” a New York, nel 1949, e alla Biennale di Venezia del 1952, dove riceve il Gran Premio Internazionale di Scultura. Numerose esposizioni seguono in Europa e negli Stati Uniti. Anche i riconoscimenti gli vengono conferiti da più parti, in particolare dall’Accademia dei Lincei nel 1954 e nel 1973 gli viene dedicato il Museo all’interno della G.A.M. di Milano. Del 1977 è la sua ultima scultura, dedicata a Kokoschka, mentre l’anno successivo ha luogo una mostra itinerante in Giappone. Si spegne nel 1988, nello stesso anno Firenze gli dedica il  Museo Marino Marini mentre nel 1990 viene istituita una fondazione a suo nome a Pistoia.

ROBERTO SEBASTIAN MATTA (1911-2002)
Roberto Sebastian Matta nasce a Santiago del Cile nel 1911. Dopo aver ottenuto la laurea in Architettura nel 1933, si trasferisce a Parigi dove comincia a lavorare presso lo studio di Le Corbusier. Il 1937 rappresenta una tappa fondamentale nella sua evoluzione artistica: conosce infatti Pablo Picasso, del quale segue la preparazione di Guernica, e Salvator Dalí che lo introduce nell’ambiente surrealista. Nel 1938 Matta partecipa alla “Exposition Universale du Surrealisme” e l’anno successivo aderisce a pieno al movimento. Nascono le Morfologie psicologiche da lui in seguito denominate Inscape, oli che rappresentano figure misteriose ed enigmatiche scaturite dal flusso inconscio dell’”automatismo psichico”. Allo scoppio della seconda guerra mondiale si trasferisce a New York dove frequenta i surrealisti e i dadaisti emigrati in massa ed esercita una forte influenza sui giovani artisti statunitensi. Nel ’42 partecipa alla mostra “Artist in exile” organizzata alla Pierre Matisse Gallery. Del 1948 è la sua partecipazione alla Biennale di Venezia, nella quale sarà presente in tante altre edizioni, e il trasferimento in Europa. Lo spostamento viene vissuto da Matta quasi come una fuga dalla comunità artistica di New York che lo accusava di essere stato il responsabile morale del suicidio di Gorky, poiché avrebbe intrecciato una relazione con la moglie del pittore armeno. Stessa chiusura trova nei surrealisti che gravitavano ancora intorno a Breton. Ecco allora che l’opera dell’artista si sviluppa sui temi dell’incomunicabilità e dell’angoscia e poi della polemica politica e della critica sociale. Gli anni cinquanta registrano la sua presenza assidua in mostre collettive, personali e grandi manifestazioni di arte contemporanea, (importante nel 1958 è la partecipazione alla decorazione del Palazzo dell’Unesco a Parigi). In Cile fa ritorno soltanto quando Salvador Allende vince le elezioni ma dopo il golpe di Pinochet, viene dichiarato “persona non gradita”, inserito in una lista nera. Decide allora di diventare cittadino francese, nonostante trascorra lunghi periodi in Italia dove ha uno studio a Tarquinia, e dove muore il 23 novembre 2002.

MIRKO BASALDELLA (1910-1979)
Mirko Basaldella nasce a Udine nel 1910. Cresce in una famiglia di artisti, il padre Leo è pittore e decoratore, i fratelli Dino e Afro diverranno artisti affermati. La sua formazione si compie prima presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia poi di Firenze e infine presso la Scuola di Arti Applicate di Monza sotto la guida di Arturo Martini. La sua prima esposizione risale al 1928 nella Mostra della Scuola friulana d’avanguardia a Udine. Nel 1934 si trasferisce a Roma dove si avvicina agli esponenti della Scuola Romana e al gruppo di intellettuali che darà vita alla Galleria della Cometa. Nella capitale nel 1935 ha luogo la sua prima personale, dopo la partecipazione alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale romana. Le sue prime opere rivelano una tecnica già matura con cui rende in modo fantastico la sua personale rielaborazione del “mito”. Nel 1937 insieme a Cagli e Afro si reca all’Esposizione Universale di Parigi, dove ha modo di conoscere dal vivo il linguaggio delle avanguardie: saranno soprattutto il cubismo e il surrealismo a far breccia nel suo immaginario figurativo. Le opere del periodo bellico rivelano influssi quattrocenteschi, ellenistici e anche esotici. Importante sarà la sua partecipazione alla Quadriennale romana del 1939, in cui riceverà approvazioni dalla critica per il suo David. Gli anni dell’immediato dopoguerra lo vedono distanziarsi dalla figurazione per giungere a un approccio del tutto personale al linguaggio cubista. In questo periodo nascono le prime pitture e sculture policrome e polimateriche e l’opera monumentale dei tre cancelli in bronzo per il mausoleo delle Fosse Ardeatine a Roma (’49-’51). Negli anni cinquanta seguono importanti commissioni pubbliche come la decorazione per il Palazzo della FAO a Roma, la Croce in ferro per il Monumento ai Caduti  a Mathausen, la Fontana in Piazza Brin a La Spezia. Nel 1957 è nominato direttore del laboratorio di Design della Harvard University in Massachussets e da questo momento vivrà per buona parte dell’anno negli Stati Uniti. Proseguono riconoscimenti e partecipazioni ai più importanti eventi artistici nazionali e internazionali: gli viene assegnato il primo premio alla Biennale di Scultura di Carrara, nel ’59 il premio dell’Accademia dei Lincei, nel 1966 vince il primo premio alla mostra internazionale d’arte “Premio Fiorino” a Firenze. Muore a Cambridge (Massachussets) nel 1979.

MATTIA MORENI (1920-1999)
Mattia Moreni nasce a Pavia nel 1920. La sua formazione avviene presso l’Accademia Albertina di Torino mostrando inizialmente una linea neocubista vicina alle posizioni di Corrente. Nel 1947 è tra gli organizzatori del “Premio Torino”, evento di rottura nel panorama culturale torinese; dello stesso anno è la sua prima personale alla Galleria del Milione a Milano. Nel 1948 partecipa alla Biennale di Venezia; continuerà tale frequentazione in maniera assidua anche negli anni successivi. Nel 1952 entra a far parte del Gruppo degli Otto promosso da Venturi con Afro, Birolli, Corpora, Morlotti, Santomaso, Turcato e Vedova. Gli anni cinquanta lo vedono sviluppare il linguaggio informale attraverso una forte carica gestuale e materica con chiari richiami naturalistici. Nel 1956 si trasferisce a Parigi dove vi rimarrà fino al 1966. In questi anni importanti antologiche hanno luogo al Kunstverein di Leverkusen e al Museo Civico di Bologna. A partire dagli anni sessanta riflette soprattutto sulla situazione dell’uomo contemporaneo: “il mestiere del guardare è un mestiere difficile e faticoso e richiede molto tempo, molta energia”, diceva alludendo all’importanza del saper osservare veramente il mondo che ci circonda. Prendono forma così i cartelli stradali, le baracche, le angurie-non angurie, i meli avvelenati. In particolare l’anguria viene elevata a simbolo antropologico, dalle angurie “sessuate” al femminile alle angurie “sofferenti”. Dagli anni ottanta sviluppa il tema dell’umanoide-computer attraverso una figurazione espressionista dai tratti infantili e violenti che rivela una riflessione pessimistica sull’evoluzione tecnologica. L’umanoide tubato dal computer ne è un esempio, così come la serie di autoritratti carichi di un’ironia trasgressiva. Sempre attiva è la sua partecipazione a importanti eventi artistici, al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano nel 1980, alle antologiche a Santa Sofia di Romagna nel 1985 e alla Galleria Comunale di Arezzo nel 1989, al Liceo Saracco di Acqui Terme nel 1990, al Centro d’arte CL di Milano nel 1992. Importanti anche i suoi scritti: L’ignoranza fluida, 1979, L’assurdo razionale perché necessario, 1985. Muore a Brisighella (Ravenna) nel 1999 lasciandoci attraverso le sue tele la memoria di uno spirito ribelle e controverso.

ENNIO MORLOTTI (1910-1992)
Ennio Morlotti nasce a Lecco nel 1910. Dopo aver abbandonato l’attività di contabile si iscrive all’Accademia di Firenze dove è seguito da Felice Carena e dove si diploma con una tesi su Giotto. Nel 1937 un viaggio a Parigi gli offre la possibilità di conoscere dal vivo le opere dei suoi artisti preferiti, Cézanne e Picasso. Nel 1940 aderisce al gruppo di Corrente recependone le istanze di apertura nei confronti della cultura europea. Nel 1942 partecipa al Premio Bergamo e l’anno successivo prende parte alla redazione del Primo Manifesto di Pittori e Scrittori insieme ad Ernesto Treccani. Nel ’46 aderisce al Fronte Nuovo nelle Arti e tiene la sua prima personale alla Galleria Il Camino di Milano. Nel 1947 nuovamente a Parigi incontra i protagonisti della scena parigina, Picasso, Braque, De Stael, Sartre, Camus mentre agli inizi degli anni cinquanta la sua ricerca abbraccia la poetica dell’informale sotto gli influssi sia di Wols e De Stael ma anche di Pollock e De Kooning. Nel 1952 aderisce al Gruppo degli Otto, insieme al quale, partecipa alla XXVI Biennale di Venezia, in cui aveva già esposto a partire dal 1948 e a cui continuerà a partecipare vincendo nel ’62 il premio come miglior artista italiano (ex equo con Capogrossi). Fra gli anni cinquanta e sessanta i temi ricorrenti affrontati da Morlotti riguardano nudi e vegetazioni attraverso l’utilizzo di una pennellata densa e corposa. In questo periodo numerose sono le sue partecipazioni a manifestazioni e retrospettive a livello internazionale: Biennale di Venezia, Quadriennale di Roma, personali a New York, Firenze, Roma, Basilea. Gli anni settanta e ottanta lo vedono impegnato in una ricerca volta a un recupero della realtà naturale, come testimonia la serie dei Teschi e più tardi delle Rocce. Dal 1987 è il tema delle Bagnanti ad interessarlo, in cui il corpo femminile emerge prepotentemente con forti contorni. Muore a Milano nel 1992.

GASTONE NOVELLI  (1925-1968)
Gastone Novelli nasce a Vienna nel 1925 ma la famiglia si trasferisce poi a Roma. Dopo la laurea, nel 1947, intraprende l’attività pittorica sotto l’influsso di Max Bill, che conosce a Zurigo. Del 1950 è la sua prima personale al Teatro Sistina di Roma con opere di derivazione espressionista. Nello stesso anno entra in contatto con Prampolini e gli esponenti del Gruppo Forma 1. Dal 1950 al 1954 è in Brasile, e il suo lavoro viene indirizzato verso l’astrazione geometrica e gli allestimenti scenici. Tiene varie personali e partecipa alle Biennali di San Paolo del ’51 e del ’53. Ritornato in Italia, si lega all’ambiente culturale romano e in particolare a Cagli e Perilli. Con quest’ultimo darà vita, nel 1957, alla rivista “L’esperienza moderna” attenta alle istanze informali che ora influenzano anche la sua pittura. Sempre nello stesso anno è a Parigi dove ha modo di incontrare quelli che sono stati i protagonisti del Dada storico: Tzara, Masson, Man Ray, Arp. La sua produzione si arricchisce di assemlaggi, collages, fotografie, solarizzazioni, perspex, mentre si infittisce la sua partecipazione ad eventi artistici a livello internazionale: Milano, Città del Messico, Londra, Bruxelles, Parigi, Tokio. Alla fine degli anni cinquanta conosce de Kooning e Cy Twombly in occasione del loro viaggio a Roma, mentre il suo interesse si rivolge ora al rapporto fra pittura e scrittura. Nel 1961 a Parigi conosce Samuel Beckett, Claude Simon, George Bataille e soprattutto si lega artisticamente a René de Solier. Sono anni di intensa attività, fonda il gruppo Continuità con Fontana, Arnaldo e Giò Pomodoro, Dorazio, Turcato e altri; è in contatto con il Gruppo 63 e con il gruppo dei Novissimi. Espone con Baj alla Allan Gallery di New York e partecipa ad altre collettive in USA, a Parigi e ad Amsterdam; pubblica Viaggio in Grecia, un diario dei suoi viaggi con disegni e incisioni. Nel 1964 gli viene dedicata una sala personale alla Biennale di Venezia e ottiene il Premio Gollin. Nel 1968, dopo la sua protesta alla Biennale di Venezia (aveva rovesciato i suoi quadri alle pareti per reagire al clima poliziesco della manifestazione) è chiamato a insegnare all’Accademia di Brera. Si trasferisce così a Milano, ma muore improvvisamente nel dicembre dello stesso anno.

ACHILLE PERILLI (1927)
Achille Perilli nasce a Roma nel 1927. Dopo la laurea in lettere fonda il Gruppo Arte Sociale (GAS) insieme ad altri artisti fra cui Dorazio, Guerrini e Vespignani con i quali esporrà nel 1946 alla mostra “La Fabbrica”, realizzata sui marciapiedi di via Veneto. Nel ’47 è promotore con Accardi, Attardi, Consagra, Dorazio, e Sanfilippo del Gruppo Forma 1, che ribadisce, nel conflittuale clima artistico italiano, la priorità della ricerca artistica rispetto all’impegno politico. Nei due anni successivi è prima a Parigi, dove partecipa al Congresso Internazionale dei Critici d’Arte presentato da Venturi e dove ha modo di conoscere Magnelli, Arp, Picabia; poi è in viaggio per l’Europa insieme a Dorazio e Guerrini. Dagli inizi degli anni cinquanta la sua pittura volge a un deciso astrattismo in cui preponderante è la linea geometrica. Declinerà poi negli anni successivi in un segno sottile, evocativo, lirico per ritornare, alla fine degli anni sessanta, a una certa geometria sovvertitrice però della prospettiva per realizzare attraverso lo spazio del quadro architetture impossibili, sospese. Nel 1950 apre con Dorazio e Guerrini la Libreria-Galleria L’Age d’Or. L’anno seguente partecipa alla Fondazione Origine e in collaborazione con l’Art Club allestisce la mostra “Arte Astratta e Concreta in Italia”. Fra il ’56 e il ’57 si reca prima a Parigi e poi a Berlino dove approfondisce la conoscenza del movimento Dada. Lo studio verrà riportato sulla rivista “L’Esperienza moderna” fondata insieme a Novelli. Negli anni sessanta cresce la sua notorietà e la sua attività sia artistica che espositiva: partecipa alla Biennale di Venezia ('62), è in contatto con il Gruppo 63, si dedica alla scenografia e all’incisione, ha una personale alla Galleria Bonino di New York. Dagli anni settanta agli anni novanta il suo impegno sulla scena artistica e culturale italiana è sempre alto, nel 1971 partecipa al Manifesto della Folle Immagine nello Spazio Immaginato e l’anno seguente segue la fondazione del Gruppo Altro, mentre nel 1982 promuove il manifesto Teoria dell’Irrazionale Geometrico. Importanti retrospettive e personali hanno luogo a Praga, Parigi, Roma, mentre nel 1997 riceve il Premio Presidente della Repubblica. La sua ricerca continua ad essere aperta alle esperienze più avanzate confermando la fama che gli viene riconosciuta a livello internazionale.

ARMANDO PIZZINATO (1910-2004)
Armando Pizzinato nasce a Maniago nel 1910. Dal 1930 al 1934 frequenta l’Accademia d’Arte di Venezia e nel ’33 è presente alla Galleria del Milione di Milano. In seguito alla borsa di studio offertagli dalla Fondazione Marangoni di Udine, nel ‘36 si reca a Roma dove rimane fino al 1939 entrando in contatto con la Scuola Romana. Durante la guerra si stabilisce a Venezia, prende parte all’attività del gruppo Corrente e al Premio Bergamo del 1940. Partecipa direttamente alla lotta partigiana, esperienza che testimonia nelle tele in mostra, nel ’46, alla Galleria Dell’Arco di Venezia. Nello stesso anno fonda, insieme ad altri artisti, il Fronte Nuovo nelle Arti, un movimento volto a un maggior impegno civile da parte degli artisti e a un’apertura al contesto internazionale. “L’arte non è il volto convenzionale della storia, ma la storia stessa che degli uomini non può farne a meno”, scrive nei suoi appunti del ’46. Nel ’48 è presente con il gruppo alla Biennale di Venezia, nel 1949 è a New York, al MoMa e alla Catherine Viviano’s Gallery insieme ad Afro, Cagli, Morlotti e Guttuso. Successivamente Pizzinato sceglierà di abbandonare la ricerca astratta per abbracciare la tematica sociale optando per una figurazione sintetica e di linea postcubista. Il trittico Un fantasma percorre l’Europa presentato alla Biennale del ’50 ne è un evidente esempio. Nel 1953 ottiene l’incarico di affrescare la sala del Consiglio della Provincia di Parma che termina nel ’56. Seguono importanti mostre: all’Opera Bevilacqua La Masa, a Mosca, all’Hermitage di Leningrado, a Dresda e a Berlino. Negli anni settanta la sua ricerca si allontana dalla realtà mostrando una vena più intima guidata da maggior libertà. Hanno luogo in questi anni molte personali, a Pordenone nel 1970 e poi nel ’72, a Ferrara, a Reggio Emilia e nel 1981 un’ampia antologica è presentata al Museo Correr di Venezia intitolata ”L’Arte come bisogno di libertà”. Armando Pizzinato si spegne a Venezia nel 2004.

JACKSON POLLOCK (1912-1956)
Jackson Pollock nasce nel 1912 a Cody, nel Wyoming. Quindicenne, è già piuttosto turbolento e dedito all’alcool. Dopo essere stato cacciato per indisciplina da un paio di scuole, si iscrive nel 1928 alla Manual Arts School di Los Angeles. Nel 1930 a New York frequenta la Arts Students League con Thomas Hart Benton, uno dei maggiori esponenti dell’American Scene. All’inizio del decennio passa dalla scultura allo studio dei muralisti messicani, Orozco e Rivera, e i suoi primi dipinti risentono degli influssi delle avanguardie europee, soprattutto di Picasso, Masson, Matta e Mirò. Viaggia molto per gli Stati Uniti anche se soggiorna spesso a New York, dove si trasferisce definitivamente nel 1934 e dove ottiene il sostegno del WPA fino al 1942. Nel 1936 frequenta il laboratorio di Siqueiros, da cui apprende l’avversione per il quadro da cavalletto che lo porterà a dipingere ponendo la sua tela sul pavimento. Sono anche gli anni in cui il suo alcoolismo si aggrava facendogli sfiorare la depressione. Si rivolge alla psicoanalisi e la rivelazione dell’inconscio unito alla memoria delle danze rituali scoperte nelle riserve navajo lo inducono a una svolta artistica. La prima opera del nuovo periodo è il murale che realizza per la casa di Peggy Guggenheim. La grande mecenate gli organizza la prima personale nella galleria-museo Art of This Century e gli offre un contratto quinquennale che gli permette di dedicarsi totalmente alla pittura. Dopo la partenza di Peggy per l’Europa, nel 1948, Pollock passa alla galleria di Betty Parson dove presenta i primi “dripping”. A partire infatti dal ’47 inizia a sperimentare questa nuova tecnica (inventata da Ernst), creando alle sue opere più famose. Il critico Rosemberg conierà il termine di “action painting” per definire questa pittura in cui la tela diviene l’arena dove l’artista è libero di agire, non più vincolato alla rappresentazione. Viene così attivato quello sconfinamento tra spazio e tempo reali che sarà preponderante per tutta l’arte successiva e di cui Pollock è considerato precursore. Nel 1950 partecipa alla Biennale di Venezia e le sue “sedute pittoriche” vengono fotografate da Hans Namuth. Nel ’51 è tra gli artisti, noti come “irascibili”, che protestano contro la politica del MoMA nei confronti dell’ arte contemporanea. L’anno successivo espone per la prima volta alla Janis Art Gallery, mentre nel ’53 le sue opere partecipano a una mostra itinerante in Europa organizzata dal MoMA. In questi ultimi anni dipinge poco, la depressione e l’alcoolismo hanno il sopravvento e saranno la causa dell’incidente stradale che lo porta alla morte nell’agosto del ’56.

ENRICO PRAMPOLINI  (1894-1956)
Enrico Prampolini nasce a Modena nel 1894. Personalità poliedrica, si dedica alla pittura, alla scultura, alla scenografia, all’organizzazione di eventi artistici divenendo figura di spicco nel panorama culturale italiano. Dopo essere stato espulso dall’Accademia di Roma per aver redatto un manifesto antiaccademico, si lega al gruppo futurista seguendo tutte le iniziative del movimento, dalla I Esposizione Libera Futurista alla Galleria Sprovieri, del 1914, al secondo futurismo. È soprattutto attratto dalla commistione fra musica, movimento e forma, e la sua ricerca spazia fra le più diverse sperimentazioni: smalto, spugna, sughero, galalite, all’insegna del polimaterismo e della simultaneità nella rappresentazione. Durante gli anni della prima guerra mondiale il suo stile è vicino alla linea cubista, poi dalla frequentazione dell’ambiente Dada di Zurigo e del November Gruppe di Berlino nasce l’esigenza di aprire la cultura italiana all’influsso delle avanguardie europee. Nasce così, nel 1918, La Casa d’Arte Italiana, che intrattiene rapporti con Aragon. Lèger, Schwitters. Tra il 1925 e il ’37 è a Parigi dove ha modo di approfondire i contatti con gli esponenti principali della cultura artistica d’avanguardia. Partecipa regolarmente alle varie edizioni della Biennale di Venezia, della Quadriennale romana e della Triennale di Milano oltre che alle mostre di aeropittura futurista di Firenze, Milano e Parigi. Si dedica anche agli allestimenti espositivi e prende parte alle mostre di plastica murale di Genova e Roma. Nel 1945 è tra i fondatori dell’Art Club allo scopo di aggiornare l’Italia sulle ultime tendenze artistiche internazionali. Nel ’48 aderisce al M.A.C. (Movimento d’Arte Concreta) fondato da Gillo Dorfless. Muore a Roma nel 1956 dopo aver ottenuto il Gran Prix alla Quadriennale dello stesso anno.

MIMMO ROTELLA (1918-2006)
Mimmo Rotella nasce a Catanzaro nel 1918. La sua prima formazione artistica avviene presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Trasferitosi a Roma nel 1945 sperimenta un linguaggio di matrice astratto-geometrica, come evidenzia la sua prima mostra alla Galleria Chiurazzi di Roma. Nel 1949 approda alla poesia fonetica, un tipo di componimento frutto di una contaminazione fra differenti espressioni artistiche, che egli definisce “epistaltico”. Nel 1951 grazie a una borsa di studio offertagli dalla Fullbright Foundation si reca presso l’Università di Kansas City. Durante il soggiorno americano ha luogo la seconda personale alla Rockhill Nelson Gallery di Kansas City e ha modo di conoscere alcuni esponenti di rilievo della cultura artistica sperimentale statunitense: Oldemburg, Twombly, Pollock, Kline e Raushenberg. Ritornato in Italia nel 1953, superato un momento di crisi, Rotella scopre improvvisamente un nuovo mezzo espressivo: il manifesto pubblicitario. Nella mostra del ’55, “Esposizione d’arte attuale”, presenta il risultato della sua sperimentazione: il “decollage”; il manifesto strappato per strada viene incollato sulla tela riproponendo con tale gesto ciò che Levy-Strauss, in antropologia, ha definito “bricolage”, il comportamento del primitivo che vive di raccolta. Il critico francese Restany, nel 1960, accoglierà sotto l’etichetta di Nouveaux Réalistes (Cesar,  Arman, Cristo, Tinguely, Spoerry, lo stesso Rotella e altri) gli artisti che presentano un atteggiamento simile nell’appropriarsi di frammenti di mondo. Rotella utilizzerà il manifesto per sperimentazioni che lo portano al doppio decollage, a opere monocrome, alle serie di Cinecittà. Dal 1956 arrivano i primi riconoscimenti: il Premio Graziano, seguito dal Premio Battistoni e da quello della Pubblica Istruzione. Nel 1961 partecipa alla storica mostra “A 40° au-dessous  de Dada” a Parigi e nel 1964 alla Biennale di Venezia. Nel frattempo nascono gli assemblaggi e gli Art-Typo. Nel 1972 con Autorotella pubblica la sua vita e nel ’75 incide un disco di poesie fonetiche. Negli anni ottanta si trasferisce a Milano continuando con quello spirito vitale e giocoso la sua ricerca, nascono i “blanks” e le sovrapitture. Nel 1992 riceve dal governo francese il titolo di “Officiel des arts et des lettres” e nel 2004 la laurea Honoris Causa in Architettura dall’Università di Reggio Calabria. Muore nel gennaio del 2006.

MARK ROTHKO (1903-1970)
Markus Rothkowitz nasce a Dvinsk, in Russia, nel 1903. Nel 1913 approda con la famiglia a Portland, nell’Oregon. Dopo aver abbandonato la Yale University a New Haven si trasferisce a New York nel 1923. Si iscrive alla Art Students League e la sua prima esposizione risale al 1928, alle Opportunity Galleries di New York. In questi anni si lega ad Avery e Gottlieb e la sua pittura si sviluppa sui temi del mito greco, romano e cristiano. Nel 1933 tiene la sua prima personale al Portland Art Museum a cui segue quella alla Contemporary Arts Gallery di New York. A metà degli anni trenta entra a far parte del gruppo The Ten che raduna artisti di tendenza astratta ed espressionista. Tra il ’36 e il ’37 è coinvolto nel WPA uno dei progetti del New Deal roosveeltiano per il sostegno degli artisti in difficoltà. Intorno al ’45 la sua pittura è strettamente connessa alle tecniche e tematiche del surrealismo e Peggy Guggenheim lo invita ad esporre nella sua galleria di new York. La fine degli anni quaranta lo vedono impegnato alla School of Fine Arts di San Francisco dove insegna insieme a Baziotes, Motherwell, Still. Nel 1948 si farà promotore del gruppo The Subject of the Artist a New York. In questi anni il suo lavoro evolve e dall’universo fantastico ed evocativo giunge a una gestualità tipica dell’action painting, che però in Rothko assume una componente più pacata e rarefatta. Del ’58 è la commissione di dipinti per il ristorante Four Seasons di New York a cui seguono quella per la Harvard University nel 1962 e nel ’64 quella per la cappella di Houston. Le opere dell’ultimo periodo presentano dimensioni sempre più imponenti, il colore si fa spazio, campo, che si espande con il suo magnetismo oltre la tela. Il colore steso in rettangoli sempre più definiti assume una fluidità e rarefazione che divengono poesia. Nel 1971 viene inaugurata la Rothko Chapel a Houston, testimonianza conclusiva, della sua opera e commemorativa della sua figura. Si era ucciso infatti l’anno precedente, il 25 febbraio nel suo studio di New York.

GIUSEPPE SANTOMASO (1907-1990)
Giuseppe Santomaso nasce a Venezia nel 1907. Dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti della sua città inizia ad esporre nel 1926. Le opere degli esordi sono di tipo figurativo con una predilezione per le nature morte e i paesaggi. Nel 1938 si avvicina anche alla grafica, un mezzo cui rimarrà fedele a lungo. Nel 1939 viene organizzata la sua prima personale alla Gallerie Rive Gauche di Parigi ed espone con il gruppo di Corrente, mentre nel ’43 è presente alla Quadriennale romana. Nell’immediato dopoguerra è tra i fondatori del Fronte Nuovo delle Arti, e la sua ricerca risente della linea postcubista che influenza gran parte degli artisti italiani. A partire dal 1948 partecipa varie volte alla Biennale di Venezia e proprio in tale anno riceve il Premio del Comune della città, cui seguirà nel 1954 il Primo Premio per la Pittura Italiana. Nel 1952 aderisce al Gruppo degli Otto e da questo momento il suo linguaggio assume i toni dell’astrattismo informale venato però della tradizione lirica veneziana. Gli anni cinquanta lo vedono attivo in importanti mostre sia italiane che internazionali: Pittsburgh Exhibition of Contemporary Painting and Sculture negli Stati Uniti (1952); Documenta di Kassel (1955, 1959). Nel 1957 ottiene una cattedra all’Accademia di Belle Arti di Venezia e compie un importante viaggio negli USA in occasione della sua prima personale d’oltreoceano alla Giace Borgenicht Gallery di New York, che lo avvicinerà all’espressionismo astratto della scuola newyorkese. Gli anni sessanta confermano la sua fama in ambito internazionale: hanno luogo le importanti retrospettive di Amsterdam e Bruxelles (1960), di Berlino, Amburgo e Dortmund (1965-66). Partecipa alla Biennale di San Paolo (1961),  a Documenta di Kassel, e a mostre in vari musei del mondo. Anche la sua attività grafica riscuote apprezzamenti: realizza litografie per il libro di poesie di Ezra Pound, nel 1971, e partecipa alla Biennale Internazionale dell’Incisione di Cracovia, nel 1972 e nel ’78. Santomaso muore a Venezia nel 1990.

SALVATORE SCARPITTA (1910)
Salvatore Scarpitta nasce a New York nel 1919 e rimane in America fino alla conclusione degli studi secondari. Nel 1936 si stabilisce a Roma, dove si iscrive e si diploma all’Accademia delle Belle Arti, e vi resta fino al 1958, quando conosce Leo Castelli che lo invita a esporre nella sua Galleria di New York. Intanto partecipa alla Quadriennale di Roma del 1936 e tiene la sua prima personale presso la Galleria Chiurazzi. Negli anni cinquanta seguono mostre a Roma e Milano, dove presenta le prime tele tagliate e rifasciate. Dunque, alla fine del ’58 Scarpitta torna a New York, teatro della prima di una lunga serie di mostre personali alla Leo Castelli Gallery intervallate da altre partecipazioni a livello internazionale. Nel 1964 comincia a realizzare le automobili da corsa esposte proprio presso la galleria di Castelli nel 1969 ed emblematiche della sua vita e della sua poetica. “L’arte deve avere radici nell’umanità”, dichiara, e le automobili, passione coltivata per tutta la vita, sono espressione della vita quotidiana e del viaggio, metafora quindi dell’esistenza. Proseguono negli anni settanta personali a Düsseldorf, Milano, Torino, Brescia, Ginevra, Venezia. A Houston, al Contemporary Arts Museum, ha luogo una grande antologica nel 1977. Scarpitta continua con mostre in Italia e in America, anche in sedi diverse dalla galleria di Castelli. La lunga permanenza oltreoceano gli ha permesso di stringere rapporti di amicizia e di stima sia con critici d’arte, come Rosenberg, sia con personalità artistiche quali de Kooning, Smith, Kline, Marca-Relli. Quanto al panorama italiano, insieme a Fontana, Burri, Consagra, Dorazio, Turcato e altri, è reputato uno degli innovatori dell’arte del dopoguerra. Scarpitta risiede ancora negli Stati Uniti, vive e lavora a Baltimora.

ANTONIO SCIALOJA (1914-1998)
Antonio Scialoja detto Toti, nasce a Roma nel 1914. Manifesta da subito una propensione artistica che si esplica nella poesia, nel disegno e nell’illustrazione. Nella seconda metà degli anni trenta frequenta la cerchia della Galleria della Cometa, ma il vero esordio è nel 1940 quando espone trenta disegni nella ligure Galleria Genova. Finito il conflitto, fonda il gruppo definito dei “quattro fuori strada”, caratterizzati da una originalità di ricerca espressionista rispetto all’imperante linguaggio neocubista a cui si avvicinerà solo nei tardi anni quaranta. Il decennio successivo è caratterizzato da un progressivo approdo all’astrattismo e nel 1954 inizia a scrivere il Giornale della Pittura in cui traccia l’evoluzione del suo pensiero estetico. I contatti con il gruppo Origine, nonché il primo soggiorno negli Stati Uniti del ’56 producono l’effetto di una maggiore ricerca sul colore, la materia e il gesto. Nel ’57 durante un soggiorno a Procida, in compagnia di Afro, Perilli, Birolli, Novelli, Twombly e Marca-Relli, giunge all’elaborazione della particolare tecnica dello “stampaggio”. Nascono così le Impronte, tracce di colore versato e stampato da una superficie all’altra, dalla carta alla tela. A partire da questi anni inizia un percorso che lo conduce verso forme geometrizzanti, alla predilezione per la carta piuttosto che la tela e alla realizzazione di collages. È anche il decennio in cui partecipa a importanti rassegne nazionali e internazionali. Nel 1964, dopo New York e Parigi, torna in Italia e partecipa alla Biennale di Venezia. Negli anni settanta si assiste a un diradarsi della produzione pittorica mentre si intensifica quella poetica e letteraria. In seguito alle sollecitazioni delle “pitture nere” di Goya, scoperte nel corso di un viaggio a Madrid dell’82, la sua produzione acquista nuova vitalità. Scialoja muore a Roma nel 1998, dopo aver ricoperto l’incarico di docente e poi di direttore dell’Accademia d’Arte della capitale.

DAVID SMITH (1906-1965)
Nasce il 9 marzo 1906 a Decatur, Indiana. Dopo aver studiato arte per un anno all’Università dell’Ohio nel 1925 lavora in una fabbrica di automobili dove impara ad utilizzare gli strumenti industriali, protagonisti della sua creatività negli anni futuri. Smith pur continuando a svolgere differenti lavori, frequenta i corsi di pittura alla Art Students League con Jan Matulka. Negli anni successivi conosce e frequenta molti artisti tra cui Stuart Davis, Gorky e de Kooning. Scopre Bolton Landing, nel nord dello stato di New York, e  vi compra una fattoria. Nei primi anni’30 realizza alle Virgin Islands le prime sculture con objets trouvès che successivamente dipinge. Rientrato a New York inizia a lavorare con la fiamma ossidrica nello studio di Bolton Landing. Nel 1932 organizza il suo studio al Terminal Iron Works di Brooklyn. Fra il 1935 e il 1936 viaggia in Europa, al ritorno la scultura diviene la sua principale occupazione. Crea una serie di medaglioni contro gli orrori della guerra civile spagnola, Medals for Dishonor, nel 1937. Nello stesso anno entra a far parte del Federal Art Project, progetto delle Arti della Works Progress Administration degli Stati Uniti. La sua prima personale viene realizzata alla East River Gallery di New York, nel 1938. Dall’anno successivo partecipa a numerose mostre collettive e vengono allestite altre personali.
Nel 1940 esce dal Federal Art Project e si trasferisce a Bolton Landing. Smith prende posizione in favore dell’Arte Astratta contro il Realismo Sociale, confrontandosi su temi politici e sociali che influenzano sempre più la sua arte. Incontra il critico Clement Greenberg nel 1944, e conosce Jackson Pollock. Inizia la sua attività di insegnante universitario nel 1948 e insegnerà in diverse università del Paese. Riceve una borsa di studio nel 1950, poi rinnovata l’anno successivo, dalla John Simon Guggenheim Foundation, che gli permette di dedicarsi a tempo pieno al suo lavoro: le opere aumentano di scala e le forme diventano più liriche. Smith partecipa alla XXVII Biennale di Venezia, dove espone Hudson River Landscape e viene chiamato come delegato americano al I congresso Internazionale di Arti Plastiche dell’UNESCO. Nel 1957 il MoMA di New York allestisce una mostra retrospettiva dell’artista. L’anno dopo espone alla XXIX Biennale di Venezia, al Padiglione USA insieme a Lipton, Rothko e Tobey. Lavora con l’acciaio inossidabile lucidato, creando sculture immaginate per essere poste all’aperto, ricche di riflessi della natura, che sistema nei campi di Bolton Landing. Partecipa alla mostra collettiva “Some Contemporany Works of Art” allestita a Cleveland insieme a Afro, Marini, Sam Francis, Gorky e altri.
Nel 1962 il Festival dei Due Mondi di Spoleto invita Smith a realizzare delle sculture in occasione della grande mostra “Sculture nella città”, con il rivoluzionario allestimento in cui le opere di cinquanta artisti contemporanei internazionali vengono installate nelle strade e nelle piazze della cittadina umbra. Sceglie di lavorare nell’officina Italsider di Voltri, dove realizza 27 sculture in un mese, la serie Voltri. Tornato a Bolton, continua a lavorare con pezzi italiani che si era fatto spedire, e contemporaneamente prosegue anche la serie Cubi, e la serie Circle, lasciate prima di partire. Nel febbraio 1965 l’artista viene nominato membro del National Council of the Arts, mentre sta lavorando attivamente alla preparazione di una grande mostra retrospettiva presso il Los Angeles County Museum of Art. Il 23 maggio l’artista muore vicino a Bennington, Vermont. Nei campi di Bolton Landing intorno alla fattoria ci sono 89 sculture.

GIULIO TURCATO (1912-1995)
Giulio Turcato nasce a Mantova nel 1912. Si trasferisce nel 1920 a Venezia dove frequenta la Scuola d’Arte e la Scuola di Nudo, saltuariamente, però, perché sempre osteggiato dai familiari. Nel 1934 presta servizio militare a Palermo e scopre i primi sintomi di una malattia polmonare che lo affliggerà per tutta la vita. Si stabilisce nel ’37 a Milano, dove allestisce la sua prima personale ed entra in contatto con il gruppo Corrente pur senza aderirvi. Nel 1942-43 insegna disegno in una scuola di Portogruaro ed esordisce alla Biennale di Venezia. Si trasferisce nuovamente a Roma e d’ora in avanti la sua attività sarà all’insegna dell’impegno sociale e politico. Nel 1945 aderisce alla Libera Associazione delle Arti Figurative e all’Art Club. Nel ‘47 partecipa alla redazione del manifesto Forma 1 e alla prima mostra del Fronte Nuovo delle Arti, che segnala sua adesione ufficiale al movimento. Nel 1952 entra nel Gruppo degli Otto con il quale espone a Venezia, e partecipa a una collettiva itinerante negli Stati Uniti dedicata al disegno. Nel 1956 fa un lungo viaggio in oriente dove espone alla mostra “cinque pittori italiani in Cina”. Nel ’57 la critica si interessa molto al suo lavoro e l’anno dopo alla Biennale di Venezia gli sarà riservata una sala personale, con undici lavori. Nel 1959 è a Documenta di Kassel, mentre rifiuta di partecipare alla Quadriennale di Roma per protesta contro gli organi direttivi. Dal 1960 espone con Novelli, Perilli, Dorazio, Consagra, nelle rassegne Continuità promosse da Giulio Carlo Argan. Per tutto il decennio è presente in varie mostre, tra le quali la prima celebrativa dedicata a Forma 1. Nel ’61, in occasione della Quadriennale di Roma, ottiene il premio della Presidenza del Consiglio. Negli anni ’70 e ’80 la sua attività espositiva si fa ancora più intensa. La Biennale di Venezia, la Città di Spoleto e il Palazzo delle Esposizioni di Roma gli riconoscono onori e stima dedicandogli importanti antologiche. Si spegne a Roma nel 1995 in seguito a una crisi respiratoria.

CY TWOMBLY (1928)
Cy Twombly nasce nel 1928 a Lexington, in Virginia. Comincia già da giovanissimo a dedicarsi agli studi d’arte e dopo corsi alla Scuola del Museo di Belle Arti di Boston, alla Washington and Lee University di Lexington e all’Arts Students League di New York, approda a quel Black Mountain College in cui studiarono tanti protagonisti degli anni sessanta. È allievo di Kline e di Motherwell formandosi dunque nell’ambito della seconda generazione dell’action painting ma con forti influenze anche del surrealismo. La prima mostra personale, infatti, organizzata dalla Kootz Gallery di New York nel 1951, espone opere che denotano l’influenza del bianco e nero di Kline e delle immagini infantili di Paul Klee. L’anno seguente, grazie a una borsa di studio, Twombly ha l’opportunità di viaggiare nel Nordamerica, in Europa e nel Nordafrica. Tra il ’55 e il ’59 si divide tra New York e l’Italia, dove decide infine di stabilirsi nella capitale. A Roma subisce il fascino dell’antichità classica e dell’arte rinascimentale e barocca. Si orienta ora verso le grandi dimensioni in un peculiare vocabolario di segni, una originale grafia fatta di iscrizioni, numeri e graffiti intrecciati su superfici monocrome a creare una specie di scrittura sospesa. Nel 1964 viene invitato ad esporre alla Biennale di Venezia ed è poi per la prima volta oggetto di una retrospettiva quattro anni più tardi, presso l’Art Center di Milwaukee. Negli anni a seguire si succedono numerose mostre, tra le quali ricordiamo l’esposizione antologica alla Kunsthaus di Zurigo nel 1987, la retrospettiva al Musée National d’Art Moderne di Parigi nel 1988, la Biennale di Venezia dello stesso anno, la “Cy Twombly: A Retrospective” presentata al MoMA di New York nel 1994 e successivamente proposta a Houston, Los Angeles e Berlino. Sempre a Huston, nel 1995 viene inaugurata la Cy Twombly Gallery, una collezione permanente delle sue opere realizzate a partire dal 1954. Leone d’oro alla Biennale di Venezia del 2001, attualmente si divide fra Lexington e l’Italia.

EMILIO VEDOVA (1919-2006)
Emilo Vedova nasce a Venezia nel 1919 da famiglia operaia. Si avvicina alla pittura da autodidatta frequentando corsi serali di decorazioni durante i quali, ispirandosi al Tintoretto e alle Prigioni di Piranesi, crea grovigli e intrecci di forme. Nel 1942, a Milano, aderisce al movimento antinovecentista Corrente, con Birolli, Guttuso e Morlotti, e nel 1943 è attivo nella Resistenza. Nel 1946 collabora ancora con Morlotti al manifesto Oltre Guernica mentre a Venezia è tra i fondatori del Fronte Nuovo delle Arti, dal quale uscirà dopo un accalorato intervento contro il neorealismo imposto. È di questo periodo la serie delle Geometrie nere, opere in bianco e nero di ispirazione cubista. Nel 1947 espone a Roma all’Art Club e conosce Peggy Guggenheim. Nel 1951 ha luogo la sua prima mostra personale a New York presso la Catherine Viviano Gallery, e viene anche insignito del premio per i giovani pittori alla Biennale di San Paolo. L’anno successivo prende parte al Gruppo degli Otto, organizzato da Lionello Venturi. Nel 1955, è alla prima Documenta di Kassel, mentre nel 1956 vince il Guggenheim International Award, e, nel 1958, anno in cui si tiene una sua retrospettiva in Polonia, esegue le prime litografie. Nel 1959 realizza grandi quadri a forma di L, detti Scontri di situazioni, che daranno origine ai primi Plurimi, quadri e sculture a se stanti, movibili, in legno e metallo dipinti, creati a Venezia tra il ’61 e il ’63. Nei due anni seguenti realizza invece a Berlino, i Grandi plurimi, esposti a Documenta III nel ’64. Tra il 1965 e il 1967 lavora allo Spazio-plurimo-luce, un collage di vetri per immagini mobili in uno spazio asimmetrico, esposti all’Expò di Montreal nel 1967. Dagli anni settanta agli anni novanta la sua ricerca continua con sperimentazioni che lo portano ai Plurimi-binari, ai Monotipi, ai grandi pannelli circolari (Dischi) e ai grandi vetri incisi. Sempre a partire dal ’65 fino all’83, tiene varie conferenze negli Stati Uniti e in Messico. Dal 1975 al 1986 è docente all’Accademia di Belle arti di Venezia, città dove tuttora risiede e lavora.

ALBERTO VIANI (1906-1989)
Alberto Viani nasce a Quistello (Mantova) nel 1906. È allievo di Arturo Martini all’Accademia di Venezia e l’influsso del maestro segna le prime opere degli anni trenta poi distrutte dallo stesso Viani. Intorno agli anni ’39-40 la sua scultura è incentrata sul nudo realizzato attraverso una linea sintetica e pura. Nel 1944 tiene la sua prima personale alla Piccola Galleria di Venezia e diviene assistente di Martini di cui erediterà la cattedra nel 1947. Nel 1946 aderisce al Fronte Nuovo delle Arti con cui partecipa nel 1948 alla Biennale di Venezia ottenendo il Premio per un giovane scultore. In questi anni l’opera di Viani verte esclusivamente sul nudo femminile reso con plasticità estremamente levigata e luminosa. Spesso la sua ricerca è stata affiancata a quella di Arp, ma Crispolti sottolinea come nelle forme di Arp vi sia “una felice regressione dall’umano all’organico” mentre in Viani si ha un percorso opposto. Nel 1949 il MoMA di New York acquista il suo Torso femminile in occasione della sua partecipazione al “Twentieth Century Italian Art”.
A partire dagli anni cinquanta si intensificano le sue partecipazioni ad eventi artistici sia italiani che internazionali: è ad Anversa, alle Biennali di Venezia e di San Paolo, a Stoccolma, a Kassel e a Pittsburgh. Negli anni sessanta la sua opera rivela una predilezione per forme più corpose, e sinuose come evidenzia La grande madre del 1966. Ottiene riconoscimenti importanti: il Premio del Parlamento per la Scultura in occasione della Quadriennale romana del ’65, viene nominato membro dell’Accademia Nazionale di San Luca, è ancora premiato nel corso della Biennale di Venezia del 1966 e nel 1970 ottiene il Premio Nazionale del Presidente della Repubblica. Gli anni settanta lo vedono impegnato al tema delle bagnanti, forme essenziali e macroscopiche che divengono nel corso degli anni puri simboli femminili. Alberto Viani si spegne a Venezia nel 1989.

ALBERTO ZIVERI (1908-1989)
Alberto Ziveri nasce a Roma nel 1908. Compie la sua formazione artistica presso la scuola serale di Arti Ornamentali del San Giacomo, apprendendo il mestiere nella bottega liberty dell’affrescatore Bargellini. Nel 1928 esordisce con alcuni disegni alla XCIV Esposizione della Società Amatori e Cultori di Belle Arti, in uno stile solido ed essenziale che rivela l’influenza di un certo impressionismo. Nel 1931 entra alla Scuola di Nudo, stringe amicizia con lo scultore Fazzini ed entra in contatto con Cagli, Guttuso, Afro, Mirko, che frequentano la Galleria di Dario Sabatello. Quest’ultimo organizza la sua prima personale e nel 1935 lo inserisce nella “Exhibition of Contemporary Italian Painting”, mostra itinerante negli Stati Uniti con artisti del calibro di de Chirico, Severini, Morandi e Sironi. In seguito, è presente nelle più importanti esposizioni italiane ed estere. È il periodo in cui le sue opere manifestano l’aspirazione al mito e la trasfigurazione della realtà dei soggetti in maniera stilizzata. Nel 1935 espone con i “tonalisti”, alla Quadriennale di Roma  dove si impone come una rivelazione. Nel 1936 tiene una personale alla Galleria della Cometa, mentre nei due anni successivi è in Olanda, Francia, Belgio e Svizzera. Qui ha modo di vedere altre realtà, tanto che alla Biennale di Venezia del 1938 si assiste al suo esordio realista fatto di espressioni di violenza e solitudine. Nel 1943 vince il terzo premio alla Quadriennale di Roma e nel ’46 organizza la prima personale con la nuova produzione. Nell’immediato dopoguerra, nell’ambito del contrasto tra formalisti e realisti si schiera con i secondi e alla Biennale di Venezia del 1956 viene definito il miglior realista italiano vivente, riguadagnandosi la definizione alla mostra personale presso la Galleria La Nuova Pesa. Nell’84 la Galleria d’Arte Moderna di Roma gli dedica una antologica e nel 1989, anno della morte, vince il premio Viareggio-Repaci.

 

ultimo aggiornamento: 15/10/08 - Stampa pagina Stampa pagina

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